venerdì 26 agosto 2016

"Malacarne", il nuovo romanzo di Francesco Toscano. Capitolo 3.

Tre.


La taverna di Corso Tukory era affollata più del solito. Dalla cucina proveniva un odore di carne bollita, condita con sedano, cipolla e altri aromi.
Due uomini, già quasi ubriachi, bevevano del vino a ridosso del bancone dell’oste; essi discutevano animatamente della mancata retrocessione in Serie B del Palermo calcio, nel corso della stagione calcistica precedente.
Il primo dei due sosteneva che forse retrocedere nella serie cadetta sarebbe stata la cosa più giusta, il secondo, adirato, sosteneva invece che fosse solo colpa del Presidente, Maurizio Zamparini, reo, a suo dire, della pessima gestione dei calciatori più talentuosi che la massima società di calcio cittadina aveva avuto durante la sua quindicennale gestione; inoltre, asseriva che la compagine rosanero, nel corso della stagione calcistica 2015/2016, si fosse salvata solo grazie ai “senatori”, poi ceduti dalla società a fine stagione.
«Ma unnè accussì, cucì? Unnè cuomu ti ricu iu? S’ha futtutu un saccu ri rinari, stu sdisanuratu, e ora chi buoli fari? Ma vatinni! Viri un cazzu à ghiri!».
Poco distante dai due, in un tavolo posto a ridosso dell’uscio della porta d’ingresso, erano seduti tre uomini che bevevano un buon vinello rosso, consegnato loro dall’oste, in una brocca da un litro, qualche minuto prima.
I tre uomini, di dubbia moralità, erano intenti a conversare tranquillamente tra loro dei loro loschi affari, degustando il vino in attesa che l’oste servisse loro anche quel bollito che già da qualche ora cuoceva in pentola. Uno di loro era Gaetano Curzio, il malvivente che aveva contratto un debito, benché morale, con il giovane Magrì.
Curzio era un infimo uomo, da poco cinquantenne, alto un po’ meno di un metro e sessantacinque, calvo, con un ventre pronunciato per via dell’ascite, uno dei sintomi della cirrosi epatica, la patologia da cui era affetto e che era diretta conseguenza del vizio dell’alcol che egli aveva da quando, poco più che venticinquenne, ebbe un grave incidente stradale in seguito al quale aveva perso la sua unica figlia, una bambina di appena sette anni.

Salvatore entrò all’interno della taverna: salutò i presenti. Curzio si alzò dal tavolo ove era seduto per salutarlo e abbracciarlo. Gaetano, dopo averlo presentato agli amici, tessendo le lodi del giovane, a suo dire “un picciuotto in gamba”, lo invitò a sedere al loro tavolo, a bere e a mangiare e a non preoccuparsi di nulla, specificandogli che quel giorno era suo ospite.

Magrì non se lo fece ripetere due volte. Salvatore si sedette al tavolo dei tre compari e, dopo aver brindato alla loro salute, raccontò loro quello che gli era successo la sera precedente in seno alla sua famiglia.

Poi, preso dall’emozione, Magrì raccontò agli altri commensali di come fosse riuscito a sottrarsi all’arresto in relazione a quella rapina consumata dalla sua banda nel cuore di Borgo Vecchio.

Dopo aver mangiato e bevuto, Salvatore chiamò in disparte Gaetano. Gli raccontò che aveva bisogno di un alloggio, anche se momentaneo, temendo di essere ricercato dagli sbirri; gli confidò che aveva una modesta disponibilità economica.

Poi, Salvatore gli specificò che quella cortesia gliela richiedeva in virtù della promessa che Tano gli aveva fatto anni prima allorquando questi, inseguito dai carabinieri, si era liberato della refurtiva dello scippo appena commesso, da egli posta in essere in danno di una coppia di turisti stranieri che ammirava, ignara di quello che stava per succedere loro, il magnifico prospetto del Teatro Massimo, a Piazza Verdi.

Salvatore gli ricordò, in particolare, che proprio grazie al suo tempestivo intervento egli non si era buscato un anno di galera, senza condizionale peraltro, e che fosse arrivato il momento di mantenere la promessa fattagli qualche anno addietro.


Curzio gli disse che non vi era alcun problema, asserendo che lo avrebbe potuto ospitare a casa di alcuni suoi amici che, come lui, erano dediti al traffico di sostanze stupefacenti e la cui sede operativa, nonché area di spaccio, era ubicata nel cuore del quartiere Ballarò. Dopo qualche ora, sazi e ubriachi, uscirono dalla taverna, così da potersi dirigere a piazza Ballarò.

"Malacarne", il nuovo romanzo di Francesco Toscano. Capitolo 2.

Due.


«Ma chi cazzu stai cumminannu, Totò?», disse Carlo, il padre del giovane Magrì, dopo che il giovane si era alzato e si era diretto in cucina per consumare la sua frugale colazione, fatta di una tazza di latte parzialmente scremato e di un quarto di pane raffermo, avanzato dalla sera precedente.
«Pirchì, chi c’è, c’è cuosa?», chiese Salvatore a suo padre, il quale era rimasto a osservarlo mentre inzuppava il pane nella tazza di latte.
Carlo gli chiese di smetterla di buttare alle ortiche la sua giovane vita, di cambiare condotta, di non commettere i suoi stessi errori, chiedendogli infine:
«Un t’abbastaru ru anni ò Malaspina?».
Intervenne nella discussione Maria Pia, la mamma di Salvatore, una rassegnata quarantenne che, con le lacrime che le solcavano il viso segnato dal tempo e dai dispiaceri, lo ammonì dicendogli:
«Disgraziatu figghiu miu, nni sta faciennu muoriri! Quann’è ccà finisci?».
«Mà, ma chi ci chianci? Ancuora un l’ha caputu ccà stu quartieri e sta città, unni vuonnu propriu sapiri niènti ccà iu canciu e mi miettu a tiesta ò partitu. Ch’è fari? Mi nnè ghiri a travagghiari pi centu euro a simana o cantieri ri mastru Vicienzu? Accussì sì cuntienta? Eh! Ma fussi cuntienta se mi spiezzassi i rina e m’arricugghissi stancu muortu a sira? Ancuora un l’ha caputu ca a mia un mi nni futti nienti?».
Carlo, rosso paonazzo in viso, poco dopo che Salvatore aveva concluso il suo ragionamento, gli si scaraventò contro, malgrado fosse il suo unico figlio, sferrandogli  un gancio destro in pieno volto che lo fece cadere sul pavimento dell’angusta cucina in cui i tre si trovavano, (un ambiente di pochi metri quadrati, all’interno della quale quella famiglia, giornalmente, dissertava di quanto fosse accaduto a ciascuno di loro durante la giornata), facendolo rimanere per terra tramortito, per qualche secondo interminabile.
Salvatore si alzò dal pavimento appiccicoso con il volto incartapecorito, per via della bile che aveva fatto. Si asciugò il rivolo di sangue che gli fluiva dallo zigomo della guancia destra. Guardò suo padre negli occhi e gli disse: 
«Un t’azzardari cchiù a tuccarimi, ù capisti? Un ti preoccupari ca canciu aria. Un ti pigghiari pinsieru, ca rumani matina un mi truovi cchiù a casa.».
Salvatore si recò in bagno. Si sciacquò il viso sporco di sangue con l’acqua corrente che sgorgava dal rubinetto del lavabo e, urlando frasi sconnesse e farfugliando qualcosa all’indirizzo di suo padre, si recò all’interno della sua camera da letto.
Raccolse qualche monile in oro che era stato da lui riposto con cura sul comodino di destra della sua stanza, mise all’interno di uno zaino scolastico, lurido e consunto, qualche pantalone di jeans che prelevò dall’armadio, qualche t-shirt, qualche paio di mutande, un paio di scarpe da ginnastica e, direttosi verso la porta d’ingresso che chiudeva quel misero appartamento, disse ai suoi genitori:
« Un mi circati cchiù, ca un c’è mutivu!».
Salvatore ignorò le preghiere di sua madre di rimanere a casa e di calmarsi, la quale si era premurata di corrergli dietro per invitarlo a non fare sciocchezze; il giovane uscì da quell’appartamento senza salutare né sua madre, né suo padre; corse giù per le scale del palazzo, uscendo così per strada, tanto da far perdere, in pochi minuti, le proprie tracce, confondendosi tra la gente vociante che affollava le vie del quartiere dov’era cresciuto.
Un quartiere difficile quello della Kalsa, abitato da tanta povera gente, ma anche da tanti delinquenti, come lo stesso Francesco Salvatore Magrì, suo padre Carlo e tanti altri ancora. Malacarne, tuttavia, non si ci nasce, ma si ci diventa; essere un delinquente, nel novanta per cento dei casi, è conseguenza del degrado morale e materiale in cui si cresce e in cui si vive la propria quotidianità.
Alcuni residenti della Kalsa si erano persi nel malaffare e nella malavita locale poiché attratti dai facili guadagni, o perché avrebbero voluto emulare le gesta di qualche criminale incallito, come loro residente nel quartiere, il quale aveva trascorso gran parte della sua vita all’interno delle patrie galere. Nel quartiere di Salvatore, che nel Novecentotrentasette dopo Cristo divenne la dimora dell’emiro arabo, giacché questi aveva scelto quel luogo per farvi costruire la sua cittadella fortificata, (conosciuta con il nome di Halish [1], che significa la pura o l'eletta), vi era anche qualche ricco aristocratico che, a differenza di altri nobili uomini della sua stessa discendenza, aveva deciso di rimanere all’interno del suo fastoso palazzo nobiliare ubicato nell’antico quartiere, segnato dal tempo e dalle intemperie e ormai in parte diroccato, all’interno del quale il suo parentado si era arricchito alle spalle di alcuni uomini che avevano lavorato per esso nel corso degli ultimi quattro secoli.
Il giorno volgeva al crepuscolo.
Salvatore aveva percorso oltre venti chilometri per le vie della città. Si era prima diretto allo Sperone, a casa di alcuni amici a cui aveva chiesto ospitalità, richiesta che si era conclusa con esito negativo. Poi allo Zen. Infine si era diretto a Falsomiele, a casa di un rapinatore conosciuto quando era appena un quattordicenne, un tale a nome Gegè, a cui aveva chiesto di poter trascorrere la notte a casa sua, ma questi si era rifiutato categoricamente, ricordandogli che per colpa sua si era fatto due anni al Malaspina e che da allora la sua vita era cambiata, malauguratamente.
Non trovando ospitalità a casa di alcuno, trovò rifugio all’interno di una carrozza viaggiatori delle ex FF.SS., lasciata in sosta all’interno del binario quindici della Stazione Ferroviaria del capoluogo siciliano, luogo in cui si addormentò, trascorrendo lì la notte.

***
La carrozza barocca, trainata da quei due splendidi purosangue, che trasportava per le vie cittadine di Palermo quei due nobili uomini, intenti a conversare tra loro di politica e in particolare della redazione della Costituzione del Regno indipendente di Sicilia, era giunta in prossimità del Ponte dell’Ammiraglio, dopo aver superato il Ponte delle Teste Mozze[2], posto a ridosso della chiesa della Madonna del Fiume.
I due signori avevano notato, a ridosso del predetto ponte, una scena macabra: le teste di tre briganti condannati, mozzate per l’appunto, che fuoriuscivano da alcuni spuntoni, un monito a quanti fossero entrati e usciti dalle mura dell’antica città fenicia.
«Che il buon Dio li perdoni!», esclamò Giuseppe Emanuele Ventimiglia Cottone, principe di Belmonte[3], osservando quella macabra scena.
«Vossignoria mi deve perdonare, principe, ma quale Dio può mai perdonare un malacarne, reo di crimini indicibili?», disse Paolo Balsamo[4], titolare della cattedra di Agricoltura alla Reale Accademia degli Studi di Palermo, benché di formazione ecclesiastica.
Il principe e il Balsamo dissertarono per qualche minuto circa la condanna eterna che avrebbero dovuto subire le anime di quei tre briganti, non riuscendo a trovare un punto d’incontro nei loro farraginosi ragionamenti, giacché il primo era fortemente convinto che Iddio fosse sempre pronto a perdonare le anime degli uomini, contrite prima di esalare l’ultimo respiro, mentre il secondo, Illuminista convinto, credeva che solo le fiamme dell’Inferno, putacaso dovesse davvero esistere, potessero far desistere dalle loro condotte illecite i briganti più malvagi.
Una di quelle teste, in particolare, che penzolava da uno spuntone arroccato nella parete di destra della spalla del ponte, li incuriosì. Sembrava dire loro, che erano intenti a fissarla disgutati, che quella morte, dovuta ad una condanna ingiusta, fosse stata determinata da un complotto ordito da quanti avevano circondato quel disgraziato in vita e non a seguito di un efferato delitto che questi aveva commesso in dispregio delle Leggi.
La sua anima non ebbe mai pace, restando intrappolata, per vie di tante questioni irrisolte, tra il mondo dei morti e quello dei vivi.
La leggenda narra che l’anima di quel condannato a morte vaghi ancor’oggi tra le vie cittadine del capoluogo siciliano, manifestandosi talora a dei veri e propri malacarne, che, a differenza sua, si erano resi in vita autori di alcuni efferati delitti.
Ed è quello che accadde a Francesco Salvatore Magrì quel venerdì pomeriggio del mese di luglio del 2016.
Quell’uomo si chiamava Pietro Conzo; egli aveva da poco compiuto trentacinque anni.
La testa del Conzo, dopo la sua condanna a morte per un omicidio che non aveva commesso, era scivolata lungo la lama della ghigliottina che faceva bella mostra di sé sul piano di Sant’Erasmo[5].
Ed era stata proprio l’anima di Pietro Conzo ad avvertire Francesco Salvatore Magrì di cambiare strada, quel caldo venerdì di luglio, specificandogli di non dirigersi verso la Stazione Ferroviaria di Palermo, ma bensì verso la Porta Felice, così da potersi sottrarre all’arresto.
***
Intanto, Francesco Salvatore Magrì si era svegliato, madido di sudore, per via di quei rumori fastidiosi provenienti dall’inizio della carrozza viaggiatori ove aveva trascorso la notte. Non avrebbe facilmente dimenticato quel sogno, alquanto realistico, nel corso del quale si era riconosciuto nella testa di uno dei condannati appesa al ponte delle “Teste Mozze” di Palermo, che quei due nobili di fine Settecento, inizio Ottocento, non sapeva di preciso, avevano notato mentre si trovavano all’interno di quella carrozza che scorrazzava per le vie di Palermo, mentre erano intenti a discorrere di politica, argomento che Francesco Salvatore Magrì non apprezzava. Il rumore che gli addetti alle pulizia del vagone ferroviario avevano fatto sin dalle prime ore del mattino, pulendo alla rinfusa tra le poltrone color caramello, sudici per via dei numerosi giacigli che lì vi si trovavano, fecero ben presto destare il ragazzo, il quale si mostrava determinato e sicuro di sé, benché ancora intontito a seguito di una notte trascorsa per lo più insonne. Salvatore prelevò lo zaino che aveva risposto sotto il sedile in cui aveva trascorso la notte, da egli utilizzato come branda, sgattaiolando giù dal vagone; percorse alcuni metri lungo i binari ferroviari, fino ad arrivare all’uscita della Stazione, quella che si affacciava su via Rocco Pirri.
Salvatore aveva con sé solo cento euro e qualche grammo d’oro. Come avrebbe fatto a sopravvivere? Che cosa avrebbe fatto nelle prossime ore? Si ricordò solo allora di un tale a nome Tano, il quale qualche anno prima, a seguito di una cortesia che Salvatore gli aveva fatto nascondendogli della merce rubata, gli aveva giurato che gli avrebbe ricambiato il favore fattogli qualora in futuro ne avesse avuto bisogno. Salvatore non perse tempo. Alla fermata di Piazza Giulio Cesare, all’angolo con Piazza Capuana, salì su di un affollato autobus 101 dell’Amat. Scese dall’autobus, qualche centinaio di metri dopo, a Piazza San Domenico. Poi si diresse a piedi sino a via Piccola del Teatro Santa Cecilia ove, al numero 10 di un fabbricato di fine Ottocento, suonò al citofono in cui, tra gli altri, vi era indicato il cognome Curzio e il nome di battesimo Gaetano.
Suonò e risuonò, pigiando violentemente sull’interruttore del citofono, ma nessuno rispose.
“Dove cazzo è finito Tano?”, si chiese Salvatore. Poi si ricordò che l’unico modo per poterlo rintracciare, il Curzio, era quello di andarlo a cercare alla taverna di tale zù Iachinu, a Ballarò.





[1] Nei primi decenni del X secolo si impose la costruzione di una cittadella autonoma, a causa dell'insicurezza derivante dalla travagliata successione della dinastia fatimita a quella aghlabita. I governatori fatimiti infatti non solo dovevano affrontare eventuali attacchi dal mare ma anche l'ostilità di parte della popolazione palermitana. Tra il 937 ed il 938 d.c., Halil Ibn Ishaq, inviato dal califfo fatimita in aiuto dell'emiro palermitano, costruì la cittadella chiamata Halish (l'Eletta), da cui deriva il nome dell'attuale quartiere della Kalsa. Poiché occorreva un “sito difendevole, aperto agli aiuti di fuori, ed acconcio a vietarne ai palermitani”(1), fu scelto un luogo posto al di là del fiume del Maltempo e in prossimità della Cala. La cittadella era di forma pressoché trapezoidale e per ovvi motivi fu subito cinta di mura(2) . Grazie alla testimonianza di al-Muqaddasi(3) siamo a conoscenza del numero e del nome delle sue porte. Queste erano quattro: due – la Bab as sanah e la Bab Kutamah – si aprivano sulla Cala; la Bab al-bunud, che si apriva verso il Cassaro ed era quindi la principale, e infine la Bab al-futuh che era posta a sud; ovviamente per motivi difensivi nessuna porta esisteva nel lato orientale , quello prospiciente il mare aperto. Individuare l'esatto perimetro delle mura e l'ubicazione delle porte è problema più difficile per la Kalsa di quanto non lo sia stato per il Cassaro. Ciò per più motivi: le mura erano meno robuste di quelle del Cassaro – ed infatti erano già scomparse nel XVI secolo – e soprattutto non seguivano una traccia naturale come quella offerta nell'altro caso dal corso delle acque e dai dislivelli. Il solo dato sicuro si riferisce alla Bab al-futuh che una remota tradizione riconosce nella porta che era visibile nella chiesa di S. Maria della Vittoria. Il ricordo di questa porta, il cui nome significa “ porta della Vittoria”, ci è stato tramandato dalle cronache perché è da essa che Roberto il Guiscardo nel 1072 entro in Palermo strappandola agli arabi. Sappiamo poi dal Fazello(4) che la chiesa di S. Maria dello Spasimo era sicuramente fuori le mura; la situazione a sud viene così a delinearsi con sufficiente approssimazione. Per il lato settentrionale è documentato che il muro era vicino alla Cala, in cui si apriva il bacino dell'arsenale (Bab as-sanah significa “porta dellArsenale”), ma anche abbastanza distante da permettere nel secolo XIV la costruzione dello Steri su un terreno libero “ex parte exteriori per quam portam intratur ad Halciam”(5). L'arsenale doveva utilizzare quel bacino della Cala che poi, prosciugato già nel XII secolo, è diventato piazza Marina; la necessità della vicinanza tra l'Arsenale e la Halisah “deve avere influito in maniera determinante sulla scelta del sito della nuova città”(6). Per il Comuba il muro settentrionale della Halisah passava “per i luogo dove adesso è la Dogana”; mentre il muro orientale “doveva correre approssimativamente lungo il vicolo e la piazza dei Bianchi”(7) prima di ricongiungersi con quello meridionale alla Madonna della Vittoria che costituirà così l'angolo di sud-est. L'importanza della Kalsa nella storia urbanistica di Palermo è duplice. Anzitutto perché si tratta della prima espansione della città eseguita secondo un programma organico, e in secondo luogo perché il tipo di insediamento nel nuovo quartiere avrà durevoli effetti nella storia di Palermo. La Halisah fu eretta per essere quel che potremmo oggi dire il centro direzionale e residenziale dei nuovi dominatori fatimiti (palazzo dell'emiro, diwan, arsenale) ma fu dotata anche di due bagni pubblici, di moschee (una delle quali era anche Gami): quindi una cittadella amministrativa e militare più che una vera e propria piccola città posta di fronte alla grande città. Importante poi è il fato che questo ruolo di residenza della classe egemone si perpetuerà nei secoli successivi in una strana e non esattamente definibile tradizione: nella Kalsa e negli immediati dintorni verranno costruiti il palazzo Chiaramonte (XIV secolo), il palazzo Abatellis (XV secolo) su via Alloro – la strada della nobiltà palermitana – e i più importanti palazzi principeschi del secolo XVIII (Butera, Torremuzza, ecc.). La Halisah fu la prima ma non fu l'unica delle espansioni urbane durante la dominazione araba. Il vecchio nucleo urbano fu molto presto circondato sia a nord che a sud da nuovi quartieri, i primi fuori le mura in sedici secoli!
Bibliografia:
1 M. Amari, op. cit. II, p. 189.
2 Cfr. A. De Simone, op. cit., p. 143.
3 Al-Muqaddasi era un geografo di Gerusalemme morto nel 988 autore del Kitb ahsan et-taqasim fi ma'rifat al-aqalim, in BAS, II, pp. 670-71.
4 T. Fazello, De rebus Siculis decades duae, Panormi 1558, I, 8, p. 184.
5 Documento della cattedrale di Palermo citato da V. Di Giovanni, op. cit., II, p. 63.
6 A. De Simone, op. cit., p. 145.
7 G. M. Coluba, Per la topografia cit., p. 398.

Fonte: Palermo – Le città nella storia d'Italia – di C. De Seta e L. Di Mauro – Editori Laterza III^ Ed. 1988

[2] Infrastruttura che collegava alla fine del Settecento, inizio dell’Ottocento, le due sponde del fiume Oreto, il corso d’acqua cittadino, a carattere torrentizio, che ancora oggi bagna la città di Palermo, in direzione sud, il quale sfocia nel Mar Tirreno.
[3] Giuseppe Emanuele Ventimiglia Cottone, principe di Belmonte, alla fine del 1810, primi mesi del 1811, si batté per il mantenimento dell'Accademia Palermitana degli Studi, minacciata di chiusura da re Ferdinando IV, il quale era intenzionato a ripulirla dell'impronta libertaria che aveva assunto e a restituirla ai gesuiti. Proprio per questi suoi ideali, divenne una delle figure chiave quando gli inglesi si adoperarono per restituire ai Borbone la loro corona nell'Italia meridionale dopo la caduta dei francesi: lord Horwick (futuro conte Grey e primo ministro inglese) lo teneva in grande considerazione per una possibile intesa anglo-sicula al fine di sconfiggere il “partito” dei sostenitori della regina Maria Carolina che appoggiava i francesi di Murat. Proprio per questo scopo il Ventimiglia si pose a capo di 30.000 uomini armati “per la conservazione della forma di governo esistente, della proprietà dei particolari, dei prívilegi dei diversi ordini”. Tra questi privilegi che il Ventimiglia riteneva ormai intollerabili vi era una sorta di tassa fissa che la Sicilia doveva pagare al governo di Napoli senza motivazione e che rimandava a una specie di donativo medievale; egli propose al contrario una imposta fondiaria basata su un catasto da preparare e solo in seguito una eventuale imposta indiretta per coprire il gettito eventualmente insufficiente.
La notte tra il 19 ed il 20 luglio del 1811, sarebbe stato arrestato unitamente ad altri aristocratici, venendo rinchiuso nel castello di San Giacomo a Favignana. L'accusa ufficiale fu l’intercettazione di una serie di lettere da parte del governo, nelle quali il principe dimostrava di avere intrettenuto una fitta corrispondenza col principe ereditario d'Inghilterra e nel quale egli paventava, qualora necessario, la volontà da parte del popolo siciliano di utilizzare anche le armi contro il governo, qualora necessario, per far valere i propri diritti, chiedendo esplicitamente l’appoggio ufficioso della Gran Bretagna a queste operazioni. Rimase in prigionia malgrado lo stato di salute precario sino al 20 gennaio 1812 quando venne liberato per intervento di lord Bentinck.
Da subito il Ventimiglia con altri si adoperarono per la stesura di una prima costituzione siciliana che si rifacesse il più possibile a quella inglese, che rappresentava a sua detta un modello ideale di connubio tra democrazia e monarchia: il risultato fu la Costituzione siciliana del 1812.
Intanto alla carica di ministro degli esteri del governo siciliano riconosciuto dalla nuova costituzione venne nominato lo stesso lord Bentinck, poiché l'Inghilterra ancora esercitava un protettorato sull'isola.
Con la restaurazione, re Ferdinando tornò al potere ufficialmente anche sul trono siciliano e come risultato il Ventimiglia e i suoi alleati vennero allontanati dai centri di potere.
Nel tentativo estremo di salvare la costituzione siciliana in cui tanto aveva creduto e per la quale si era battuto per un decennio, sempre seguendo l'amico duca di Orleans, si recò a Parigi ove venne ricevuto da Luigi XVIII di Francia che, pur complimentandosi largamente con lui, non si impegnò a fare pressioni al governo borbonico perché riconoscesse delle assicurazioni politiche per la Sicilia e la sua costituzione. Morì a Parigi, ormai minato irrimediabilmente dalla tisi, nell'ottobre del 1814, all’età di trent’otto anni. (Fonte: Internet)
[4] Nato a Termini Imerese il 4 marzo 1764, Paolo Balsamo fu dai genitori avviato agli studi letterari e alla vita ecclesiastica, che cominciò entrando nel seminario arcivescovile di Palermo. All'Accademia degli studi di Palermo frequentò poi le lezioni di calcolo sublime del teatino G. Piazzi, astronomo della Valtellina. Essendo state istituite, nell'ottobre 1785, nella medesima Accademia, dieci nuove cattedre, fra cui quelle di agricoltura e di veterinaria, con un sussidio di cento once all'anno per la prima e ottanta once per la seconda, ed essendo stato parimenti deciso di inviare, con i sussidi assegnati alle due cattedre, due giovani studiosi fuori del Regno per lo studio di queste due discipline, il Balsamo fu prescelto, dopo concorso, per l'agricoltura. Il suo viaggio di istruzione all'estero aveva uno scopo di utilità pubblica. Egli avrebbe dovuto infatti apprendere i più progrediti metodi agrari messi in opera in altri paesi, per farne poi oggetto d'insegnamento all'Accademia di Palermo e per studiare la possibilità di una loro applicazione, con gli opportuni adattamenti, alle particolari esigenze dell'agricoltura siciliana condotta ancora con i tradizionali metodi empirici.
Partito nel 1787, il Balsamo, secondo l'itinerario stabilito dalla deputazione degli studi, visitò dapprima la Toscana, dove s'intrattenne dal settembre 1787 all'ottobre 1788 e dove prese contatto con i più noti georgofili, specialmente con il canonico A. Zucchini a Firenze, il quale gli fornì fra l'altro diverse nozioni metodologiche per lo studio dell'agricoltura, e lo condusse più volte in campagna per fare osservazioni pratiche. Degli studi che andava facendo, raffrontando l'agricoltura toscana con quella siciliana, il Balsamo informò, oltre che la Deputazione degli studi siciliani, anche il pubblico toscano, leggendo all'Accademia dei Georgofili, di cui fu nominato socio, alcune sue Memorie. Fra queste è particolarmente interessante quella letta l'11 giugno 1788 intorno alle "cagioni fisiche e morali" della diminuita produzione granaria in Sicilia rispetto all'antichità, e ai mezzi per accrescerla. Con lo Zucchini, verso la metà di giugno di quello stesso anno, il Balsamo girò in otto giorni tutte le campagne del Pistoiese e della Val di Nievole. Ma non pare che la deputazione fosse molto premurosa nel trasmettergli l'assegno mensile, se in ogni lettera il Balsamo raccomandava al Torremuzza, membro della deputazione degli studi, di sollecitare l'invio del denaro, essendo le sue disponibilità limitate, mentre egli era costretto dal suo studio a compiere, spesso a piedi, lunghi viaggi per conoscere luoghi e incontrare studiosi.
Seconda tappa del viaggio d'istruzione del Balsamo fu l'Inghilterra, dove, allo scopo di risparmiare spese, si recò, invece che direttamente via mare, via terra, tranne naturalmente per i tratti Livorno-Marsiglia e Calais-Londra. Ebbe modo così di fermarsi a Parigi, dove s'incontrò con il georgofilo P. M. Broussonet, e di conoscere le condizioni agrarie anche della Francia. Ma le maggiori esperienze le fece in Inghilterra, dove dimorò quasi due anni.
Nel movimento culturale siciliano della seconda metà del '700 aveva esercitato una considerevole influenza l'empirismo inglese, meglio rispondente, rispetto al razionalismo francese, pure penetrato nell'isola, al carattere concreto e positivo degli studi maggiormente coltivati in Sicilia. Aveva inoltre pure notevolmente contribuito ad accrescere la simpatia per l'Inghilterra, specie negli ambienti più illuminati dell'aristocrazia, l'affinità riscontrata tra le antiche istituzioni locali e il sistema costituzionale inglese, per cui l'anglomania aveva acquistato poco alla volta una particolare tendenza non solo culturale, ma anche politica, manifestatasi, specie dopo le tentate riforme del viceré Caracciolo, in un maggiore attaccamento alle tradizionali prerogative isolane e, nel campo economico, in una più decisa avversione al regime vincolistico imposto dall'assolutismo borbonico. Il Balsamo, che si era formato in tale clima, trovò pertanto in Inghilterra l'ambiente più consono al suo spirito.
Legatosi subito di amicizia con A. Young, allora già celebre per i nuovi metodi agrari suggeriti sulla base della sua personale esperienza, ne assimilò gli insegnamenti, che si sforzò poi di tradurre nei suoi scritti, adattandoli alla Sicilia. Fece allora massimamente tesoro di un principio che sarà poi al centro anche della sua dottrina: quello cioè che, per assicurare una florida e prospera coltura, occorreva favorire più la grande che la piccola proprietà, resa però libera da ogni dipendenza e da tutti quei vincoli feudali che ne ostacolavano lo sviluppo. In Inghilterra il B. acquistò per conto della deputazione degli studi alcune nuove macchine agricole, di cui curò personalmente la spedizione in Sicilia con notevole spesa. Scoppiata la rivoluzione in Francia, nel maggio del 1790 il B. decise di prendere la via del ritorno, ottenendo però dalla deputazione l'autorizzazione di fermarsi nei Paesi Bassi, dove s'intrattenne alcuni mesi per perfezionare le sue conoscenze agrarie (Arch. di Stato di Palermo, Commis. Sup. della P. L ed Educ. in Sicilia, vol3, cons. 21 febbr. 1790, f. 93). In quel tempo pubblicò negli Annali di Agricoltura, diretti dallo Young, le Notizie sull'agricoltura di Fiandra, che sono una sorta di resoconto di quanto egli, ricco di cognizioni per quello che aveva già appreso in Inghilterra, aveva avuto modo di osservare nei Paesi Bassi. Fu di ritorno in Sicilia verso la fine del medesimo anno. Con il 1791 iniziò il suo insegnamento ufficiale nell'Accademia di Palermo. Non ebbe in verità molti allievi: appena dieci ancora nel 1797, sei nel 1798, dodici nel 1799, quindici nel 1800, che però nel 1803 salirono a quaranta, per ridiscendere a ventisette nel 1804 e a tredici nel 1805 (A. Di Pasquale, L'affluenza...,p. 7). Essendo intanto morto V. E. Sergio, l'insegnamento di economia e commercio da lui tenuto venne unificato nel 1804 con quello di agricoltura, e affidato allo stesso B. con la denominazione di "economia rustica ed agricoltura".
Più che agli allievi, il B. nel suo insegnamento intese rivolgersi al pubblico degli agricoltori e dei proprietari. Perciò dal 1792, oltre le istituzioni di agricoltura, lesse dalla cattedra, nell'invemo di ogni anno, una memoria "sopra li più importanti punti dell'Economia rurale siciliana", in modo che le sue lezioni "si fossero applicate e dirette alla perfezione della patria agricoltura e disseminate e diffuse maggiormente tra li Proprietarj, gli Agricoltori ed ogni altro ceto di persone" (Memorie economiche ed agrarie..., Palermo 1803, Introduzione, pp.1-3).
Occorreva, secondo il B., vincere le riluttanze di coloro che ancora credevano che l'agricoltura fosse un mestiere da abbandonare interamente alle consuetudini e alle idee della gente ignorante che lo esercita, e persuaderli invece ch'essa era una scienza e che pertanto, fino a quando non vi si fosse applicato "l'uomo illuminato ed il filosofo", sarebbe rimasta sempre in uno stato d'imperfezione. Posto poi il principio che la prospettiva del guadagno è elemento indispensabile per animare e incrementare sempre di più il lavoro, non solamente dell'agricoltore, ma di ogni altro imprenditore economico, il B., richiamandosi ai principi del liberismo, affermava la necessità di abolire in Sicilia tutti quegli ostacoli che impedivano alla proprietà di essere libera. Togliere tali ostacoli significava, per il B., indurre il proprietario a fare maggiori spese per il miglioramento delle sue terre, spingerlo conseguentemente a impiegare un maggior numero di lavoratori, ad aumentare i loro salari e perciò a migliorare le condizioni di vita dei contadini. Sarebbe aumentato allora, secondo il B., anche il prezzo delle derrate, si sarebbero fatti più attivi gli scambi, sarebbe cresciuto il valore dei prodotti, si sarebbero animate le campagne. L'esempio che egli adduceva era quello dell'Inghilterra.
Essendo cominciati a penetrare nell'isola anche i principi egualitari della rivoluzione di Francia, il B. dalla cattedra assunse verso di essi un atteggiamento assolutamente critico, ritenendoli distruttivi di quelle forze che promuovono l'economia.
Il B. riteneva utili le leggi che impediscono l'ulteriore aumento delle mani morte, dei fidecommessi e dei maggioraschi, ma non condivideva l'opinione di coloro che volevano limitata la proprietà delle terre dalle pubbliche autorità ed eliminati gli esistenti proprietari dei latifondi, essendo a suo avviso la proprietà un necessario incentivo e premio. In conseguenza di tali principi, contro gli economisti francesi, come Quesna, Dupont, Abrabeauy egli affermava che occorre adeguare l'entità dei tributi al consumo, e non alle proprietà, di ogni cittadino: perché un cittadino "può possedere - osservava - un grande ed ubertoso podere e una bella casa e frattanto per le sue particolari circostanze può essere povero e bisognoso", mentre, al contrario, può non possedere nulla ed essere in effetti "comodo e benestante, perché ha i mezzi onde procurarsi i detti comodi della vita" (Corso di agricoltura economico-politico..., p. 29).
Il B. pertanto, come già lo Young da cui aveva assimilato tali principi, era preoccupato più di rendere libera e conservare la grande proprietà che di studiare le reali esigenze dei ceti agricoli. Ma egli pensava anche che solo conservando e rendendo libera la grande proprietà si sarebbe potuta favorire la formazione di una classe sociale autonoma, capace di far valere i diritti della "nazione" contro l'assolutismo regio. Erano queste del resto le idee che erano venute affiorando nelle aspirazioni della nuova classe borghese sia di origine aristocratica sìa di recente formazione, e ciò spiega la notevole risonanza degli insegnamenti del B. negli ambienti dell'aristocrazia e della borghesia intellettuali, il prestigio rapidamente acquistatosi nel paese e la parte non secondaria da lui svolta anche nella controversia tra il parlamento e la corona durante la permanenza della corte borbonica in Sicilia.
Tali principi rimasero sostanzialmente immutati nel suo pensiero anche se, dopo una più matura esperienza dello stato agricolo e sociale isolano, egli venne via via perdendo molto dell'astrattezza delle sue teorie e formulò un piano di riforme più rispondenti alle reali esigenze della situazione siciliana. Così, nella relazione al viceré Caramanico, che nel 1792 gli aveva dato l'incarico di compiere un giro per la Sicilia allo scopo di indagare direttamente sulle cause del disagio nelle campagne cui il governo intendeva rimediare con opportune riforme, il B., rilevando il profondo divario riscontrato fra le condizioni dei proprietari, sempre assenti dalle loro estese proprietà, e quelle degli affittuari, capitalisti che prendevano in affitto le terre per subaffittarle, sfruttando i contadini, lamentava la mancanza in Sicilia di una classe di proprietari attivi, che egli auspicava si formasse per il miglioramento delle condizioni dell'isola. Anche dopo il viaggio conipiuto nei mesi di maggio e giugno del 1808 nei centri agricoli della Sicilia e particolarmente nella contea di Modica, il B. suggeriva tra le riforme più urgenti da compiere, per il miglioramento dell'agricoltura e quindi per la rinascita generale della Sicilia, quella di una maggiore divisione dei fondi e dei poderi, in vista della formazione di una classe di proprietari più attivi. E concludeva: "non dubito di affermare, che se la campagna nostra fusse coltivata con quell'avvedimento, e diligenza, che è coltivata quella d'Inghilterra, darebbe certamente una produzione quattro volte maggiore di quella che presentemente somministra" (Giornale di viaggio..., Palermo 1809, p. 308).
L'attività dei B. fu sempre diretta alla divulgazione di cognizioni pratiche, e non alla speculazione teorica sulla scienza economica. Egli contribuì notevolmente ad allargare in Sicilia l'interesse per i fenomeni economici, e a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, più di quanto non avessero fatto precedentemente altri pubblicisti come il Gaglio, il Sergio e il De Cosmi, sulle gravi conseguenze causate alla vita sociale ed economica del paese dai tradizionali vincoli feudali ancora vigenti nei rapporti di produzione. Il B. avvertì l'importanza del credito, reso in Sicilia difficile ed esoso dal perdurante accentramento della proprietà terriera in poche mani, "perciocché si può dire - rilevava - che la sua popolazione risulta ed è composta da due classi di persone, gran proprietari cioè, e contadini, nessuna delle quali vuole o accumular può delle somme considerevoli per destinarle alla riproduzione o per metterle ad usura". La maggiore circolarità della ricchezza avrebbe, secondo il B., fatto diminuire la concorrenza nei prestiti e cessare l'alto interesse del denaro. Per facilitare gli scambi e incrementare le attività economiche auspicava l'ístituzione anche in Sicilia di un banco con facoltà di emissione di "cedole", banco affidato non al governo, ma a banchieri che avessero quindi interesse al suo migliore andamento, come aveva visto praticare in Inghilterra, non riservando altra funzione alle pubbliche autorità che quella di proteggerlo ed incoraggiarlo (Memorie inedite..., II, pp. 27,58, 65).
Nell'opera volta ad affrancare l'isola dai sistemi feudali, il B. fu l'interprete di quella parte più illuminata dell'aristocrazía, che prima attraverso i contrasti con il viceré Caracciolo, poi attraverso le riforme del più cauto viceré Caramanico, aveva avvertito quale forza essa avrebbe potuto ancora rappresentare nella vita del paese, qualora fosse stata completamente liberata da ogni giurisdizione di tipo feudale ormai superata dai tempi e avesse potuto immettersi negli affari e nel commercio con maggiore libertà ed indipendenza, secondo quanto era richiesto dalle nuove teorie economiche. I principi svolti dal B., per il rapporto diretto che egli poneva tra lo stato dell'agricoltura e le istituzioni pubbliche, ebbero così un riflesso anche eminentemente politico, avendo contribuito a sviluppare maggiormente in seno alla stessa nobiltà quella vasta corrente di opinione che nel vincolismo e díspotismo borbonico aveva cominciato a vedere l'ostacolo maggiore al suo sviluppo, e che stava alla radice del contrasto che caratterizzava i rapporti tra la Sicilia e Napoli in tutta la prima metà del sec. XIX fino all'unificazione.
Gli storici di solito fanno risalire quel contrasto fino all'epoca della guerra del Vespro; esso invece matura ed acquista il carattere di una vera e propria lotta, in difesa delle "libertà" dell'isola da una parte e dell'assolutismo regio dall'altra, nel momento stesso del trasferimento della corte borbonica in Sicilia con tutto il seguito di ministri di Stato, di ufficiali civili e militari, di magistrati, dei resti dell'esercito e della flotta, nonché di moltissime famiglie che, per attaccamento al sovrano, avevano lasciato il luogo natìo. Tutto, ciò produsse un profondo turbamento nell'animo degli isolani che, già di fatto sotto la tutela della flotta inglese operante nel Mediterraneo, per i trattati del marzo 1808 e del maggio 1809, videro poi occupate tutte le loro maggiori fortezze da nuovi stanziamenti militari inglesi con la conseguenza, a causa degli obblighi contratti dal re, di nuovi aggravi sull'erario siciliano già molto scosso, oltre che per le spese di guerra, anche per le sovvenzioni date dal governo ai numerosi napoletani espatriati. I Siciliani non sapevano spiegarsi perché si dovesse spendere tanto denaro per riacquistare un regno "che riunito alla medesima corona avrebbe nuovamente ridotto il proprio paese alla dura condizione di provincia" (Sulla istoria moderna..., p.4). Il contrasto sorse appunto sul terreno finanziario, a proposito dei sussidi chiesti dal re per il proseguimento della guerra; ma, sostenendo gli oppositori la necessità di una riforma del sistema tributario, nonché il diritto del Regno, e quindi del suo parlamento, al controllo delle spese, com'era richiesto dalla moderna scienza economica, esso non poteva non investire anche l'aspetto politico del problema, per cui si cominciò pure a parlare di un nuovo ordinamento costituzionale, il quale ponesse l'isola su un piano di parità con gli Stati più moderni. La presenza degli Inglesi indicava il modello da seguire.
Tutto concorse così a dare, agli occhi dell'aristocrazia illuminata isolana, impegnata nella lotta contro l'invadente assolutismo regio, nuova e maggiore validità agli insegnamenti del B., il quale, nominato intanto abate di S. Maria di Bordonaro, poté sedere in parlamento nel braccio ecclesiastico, prendendo così parte anche alla vita politica.
Nella lotta che si venne profilando tra il parlamento e la corona fu proprio il B. a fornire al principe di Belmonte, capo dei costituzionalisti, l'arma con cui controbbattere le mire assolutistiche del re, prospettando un nuovo piano tributario che aboliva la "mostruosa multiplicità degli antichi donativi, vi sostituiva un dazio, da distribuirsi a valore, con un nuovo catasto, sopra tutte le proprietà stabili, senza alcuna distinzione delle persone alle quali si appartenessero", e proponeva inoltre "di doversi ricavare quanto di più abbisognava per la rendita dello Stato da una moderata tassa sopra la consumazione del grano, del vino, del sale, sopra i cavalli di lusso, e qualche altro oggetto", cosa che avrebbe consentito ad ogni siciliano di pagare "con esatta giustizia" all'erario "in ragione di quel che possedeva e consumava" (Sullaistoria moderna..., p. 6). Il B. mirava in sostanza a riunire in un unico capitolo gli svariati "donativi", allo scopo di dividere più equamente le imposte fra tutti gli ordini di persone, non solo per una più sicura regola nella riscossione, ma anche per un più facile controllo sulle spese, secondo i bisogni dello Stato. Egli sostenne nel parlamento del 1810 tale riforma finanziaria, come ebbe poi a confessare nelle sue Memorie, non soltanto perché la riteneva utile, ma anche perché era animato dal desiderio di screditare i progetti del ministro de' Medici, contro il quale era portato da personale inimicizia.
Nel rafforzato sentimento "nazionale" siciliano, allorché, per le sollecitazioni dello stesso lord W. C. Bentinck, ministro plenipotenziario e comandante di tutte le forze britanniche nel Mediterraneo, si cominciò più insistentemente a parlare di dare un nuovo ordinamento organico alla Sicilia, dai principi di Belmonte e di Castelnuovo, esponenti del partito riformista, fu dato ancora al B. l'incarico di redigere un progetto di costituzione, che egli si adoperò ad eseguire mantenendo, da una parte, a fondamento della costituzione "le antiche leggi ed usanze del paese", e avendo, dall'altra, "per guida" la costituzione d'Inghilterra, "raccomandata dall'esperienza e dal buon successo di secoli", e non quelle francese e spagnola perché "troppo democratiche e perciò tendenti all'anarchia" (ibid., p. 54). "Che che ne sia di ciò - osserva però il Bianchini - certo è che la novella costituzione fu quasi del tutto dettata da Bentinck" (Della storia economico-civile di Sicilia..., II, p. 43). Comunque è pure certo che nella elaborazione della nuova costituzione, di cui non vi fu articolo che non fosse stato giustificato con l'autorità di W. Blackstone, apprezzato e molto letto pure in Sicilia per i suoi commenti alla legislazione inglese (cfr. Arch. di Stato di Palermo, fondo Fitalia, b. 1, fasc. Foglio di osservazioni...), prevalse ancora l'aspirazione, già dal B. manifestata nei suoi scritti,. alla creazione, con la trasformazione dei feudi in beni allodiali, cioè privati, di un ceto proprietario libero, l'unico capace, per la nuova posizione di autonomia che gli avrebbe assicurato la stessa costituzione, di garantire la "libertà" dell'isola; anche se poi di fatto si finì per creare una oligarchia di ricchi proprietari latifondisti senza alcun reale vantaggio per le condizioni economiche e sociali della Sicilia. Il B., legato alla corrente filoinglese, rappresentata soprattutto dall'aristocrazia più illuminata, avversò decisamente i democratici, specie quelli del gruppo catanese capitanato da Emanuele Rossi, che propugnavano una soluzione radicale per la liquidazione della feudalità. Ai democratici, anzi, il B. attribuì poi la responsabilità di avere fatto vacillare la costituzione, e considerò pure grave errore quello del Castelnuovo di avere mostrato in diverse circostanze inclinazione a proteggere gli "ammiratori del gallico repubblicanismo" (Sulla istoria moderna..., p. 114). Ma la sua anglofilia non andò mai oltre la pura ammirazione per le forme costituzionali e il costume di vita vigenti in Inghilterra. Allorché il Bentinck, dopo il noto viaggio attraverso le principali città dell'isola per procurare appoggi alla sua politica, scrisse al principe ereditario, - dal re nominato, nel gennaio del 1812, vicario del regno con autorità di alterego - la lettera con cui tentava di assicurare la Sicilia al dominio britannico, il B. trovò fantasioso il tentativo, e non diede credito alle spiegazioni del governo inglese, il quale, alle proteste dei Siciliani, rispose fra l'altro che con quella proposta non si era voluto togliere il dominio dell'isola ai Borboni. In conseguenza di ciò si fece sempre più larga nel paese l'influenza del partito "antinglese", cioè anticostituzionale, per cui, dopo il fallimento del suo viaggio nell'isola, lo stesso Bentinck s'indusse ad allontanarsi temporaneamente dalla Sicilia, con il pretesto di recarsi nel continente al fine di concertare una tregua con il Murat e un piano di operazioni militari da intraprendersi in Italia contro Napoleone. Preludio, questo, ai maggiori contrasti tra i due opposti partiti che il B. pure, come il Bentinck al suo ritorno, cercò di mettere d'accordo facendo la spola tra i rappresentanti dell'uno e dell'altro, finché non fu deciso, su proposta del Belmonte, il richiamo del re. Ma fu la fine praticamente anche della costituzione.
Dopo la restaurazione e lo scioglimento del parlamento, il B., costretto a ritirarsi dalla vita politica, narrò le complesse vicende che avevano portato all'abolizione della costituzione del 1812 nel volume Sulla istoria moderna del regno diSiciliamemorie segrete. Anche questa è opera di notevole impegno, con la quale il B. contribuì a creare quell'atmosfera di rimpianto per la perduta indipendenza, che caratterizzò lo spirito pubblico isolano in tutta la prima metà dell'800, e con la quale diede, nello stesso tempo, un nuovo avviamento alla storiografia siciliana, la quale, da erudita quale era fondamentalmente ancora nel '700, acquistò un carattere politico e polemico.
Apprezzato per i suoi meriti patriottici e scientifici (nel 1808 era stato incaricato, con G. Piazzi e D. Marabitti, di preparare un progetto per l'unificazione dei pesi e delle misure nel Regno di Sicilia, poi attuato dal parlamento), il B. aveva ottenuto l'altra pingue abazia di S. Maria dell'Arco, di cui poté però godere brevemente, perché morì il 4 nov. 1816.
Buona parte delle opere del B., pubblicate postume, si trovano manoscritte presso la Biblioteca Comunale di Palermo o nel testo originale o in trascrizioni; tra le inedite: Notizie sull'agricoltura di Fiandra, ms. del sec. XIX, al segno 4Qq - D - 32; Corso completo degli elementi di agricoltura teorico-pratico, ms. del sec. XVIII, 4Qq - D - 57; Dell'agricoltura ovvero economia rurale con l'aggiunta di alcuni principi di legislazione e di economia relativi all'agricoltura ed alla ricchezza delle nazioni, ms. degli anni 1802 e 1803, 2Qq - F - 56; Risposta all'articolo di un giornale inglese: lettera all'editore del Weekly political and literary review (Palermo, 1° febbr. 1812), ms. del sec. XIX, 2Qq - G - 109; Segrete memorie dell'istoria moderna del regno di Sicilia,ms. del sec. XIX, Qq - F - 156; Lettere al principe di Torremuzza, ms. del sec. XVIII, Qq - E -136; Lettera autografa,2Qq - C - 160, f. 6.
Fra le principali opere edite dal B., si ricordano: Memorie economiche ed agrarie riguardanti il regno di Sicilia nella Reale Accademia di Palermo,Palermo 1803; Sopra la ruggine e il cattivo ricolto dei grani del corrente anno 1804 in Sicilia,lettera a Giuseppe Ventimiglia principe di Belmonte,ibid. 1804; Catalogo della privata libreria di S. M. Ferdinando III, ibid. 1808; Giornale di viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella Contea di Modica, ibid. 1809 (di quest'opera fu fatta una traduzione inglese da M. Thomas Wright Vaughan, London 1911); Sistema metrico per la Sicilia presentato a Sua Maestà dalla Deputazione dei pesi e misure (con la collaborazione di G. Piazzi e D. Marabitti), Palermo 1809; Principi di agricoltura e di vegetazione per gli agricoltori di Sicilia, ibid. 1816.
Fra le opere pubblicate postume, sono: Notizie sull'agricoltura di Fiandra,in Giorn. di scienze, lettere ed arti della Sicilia, III(1823), pp. 127 ss. (tradotto già in inglese da A. Young e in francese da P. M. Broussonet); Memorie inedite di pubblica economia ed agricoltura, voll2, Palermo 1845 (contiene in appendice la relazione al viceré Caramanico); Sulla istoria moderna del regno di Sicilia, memorie segrete, ibid. 1848 (con prefazione di Gregorio Ugdulena); Corso di agricoltura teorico-pratico, opera postuma, con note e supplementi dei georgofili siciliani, pubblicata da Agostino Gallo,ibid. 1851;Memorie inedite di pubblica economia ed agricoltura,voll2, ibid. 1854; Corso di agricoltura economico-politico teorico-pratico, opera inedita di P. B., con note e supplementi di altri autori pubblicata da Carlo Somma, ibid. 1855; Lettere di P. B. al principe di Torremuzza,in Nuove Effemeridi siciliane, I (1875), pp. 281-288.
Fonti e Bibl.: Come manca un'edizione corretta e completa di tutte le opere, così manca pure uno studio complessivo ed organico sul pensiero e l'attività del B., sul quale si vedano: Arch. di Stato di Palermo, Real Segreteria, Incartamenti,b. S179 (sul parlamento del 1802), b. 5370 (sulla contea di Modica); Ibid., Commiss. Sup. della Pubblica Istruz. ed Educ. in Sicilia,vol2, f. 399; vol. 3, ff. 40, 41, 42, 48, 49, 56, 58, 92, 116, 117; vol. 9, ff30, 31, 75; Ibid., Fondo Fitalia, b. 1, Foglio di osservazioni redatto dall'abbate P. B. su' seguenti articoli relativi alla Costituzione del 1812...; N. Palmeri, Necrologia di P. B., in Biblioteca italiana,Milano, 29 maggio 1818, premessa alle Memorie inedite e al Corso di Agricoltura citati; L. Bianchini, Della storia economico civile di Sicilia libri due,II, Palermo 1841, pp. 30, 42, 148-157; G. Albergo, Storia dell'economia politica in Sicilia,Palermo 1855, pp. 83, 94-98; G. Sanfilippo, Per la solenne dedicazione del monumento di P. B., Termini Imerese 1866; F. Dominici Longo, Cenno biografico di P. B.,Palermo 1867; I manoscritti della Biblioteca Comunale di Palermo indicati e descritti dal can. Gaspare Rossi,I,Palermo 1873, pp. 255 s. (con notizie biografiche); L. Sampolo, La R. Accademia degli studi di Palermo,Palermo 1888, pp. 159-161, CIX s.; G. Ricca Salerno, PB. e la questione agraria in Sicilia,in Nuova antologia,16 febbr. 1895, pp. 680-719; E. Del Cerro, La Sicilia e la costituzione del1812, in Arch. stor. siciliano,n. s., XXXVIII (1913), pp. 197-263 (dove si fa un ampio esame del viaggio fatto nella contea di Modica); A. Di Pasquale, Le "Rassegne dei discenti". L'affluenza dei giovani all'università palermitana tra la fine del'709e il principio dell'809,estr. dagli Annali della Facoltà di Econ. e Comm. dell'univ. di Palermo,I(1947), n. 2; A. Petino, La questione del commercio dei grani in Sicilia nel Settecento, Catania 1947, pp. 197-209, passim;R. Romeo, Il Risorgimento in Sicilia,Bari 1950, pp. 108-110, passim; JRosselli, Lord William Bentinck and the British occupation of Sicily,1811-1814, Cambridge 1956, pp. 48, 77, 78, 63-81, 164 s.; A. Petino, Un meridionalista del Settecento. Il rilevamento della Sicilia, area depressa nel pensiero di P. B., in Economia e storia, IV(1957), p. 7; F. Renda, La rivoluzione del 1812e l'autonomia siciliana,in La Sicilia e l'Unità d'Italia - Congresso internazionale di studi storici sul Risorgimento italiano, (Palermo, 15-20 apr. 1961), II, Milano 1962, pp. 523-532; F. Brancato, Ilconcetto di autonomia nella storiografia siciliana, ibid.,pp.512-522. (Fonte: Internet)

[5] L’ultima condanna a morte avvenuta nel piano di Sant’Erasmo a Palermo è stata decretata il 7 aprile 1724. E' una delle giornate più nefaste del '700 palermitano. Si deve celebrare una cerimonia talmente macabra e infame, che per assurdo è stata preparata magistralmente in tutto e per tutto dalle autorità Senatoriali, e soprattutto da quelle ecclesiastiche, che erano un strumento dell'assolutismo regio per garantire alla monarchia spagnola l'ordine statale e sociale in una regione piena di infedeli. E' il giorno del cosiddetto "Autodafè", o atto di fede, in cui l'Inquisizione celebrerà il trionfo del bene sul male punendo in modo esemplare, umiliante e terribile, due malcapitati. I due in questione, entrambi 57enni, sono due ecclesiastici, frate Romualdo di Sant'Agostino (Ignazio Barberi) e suor Gertrude (al secolo Geltruda Maria Cordovana), in prigione dal 1699, quindi da 25 anni, con l'accusa di Quietismo (movimento mistico religioso, condannato dalla chiesa nel XVII° secolo), in pratica per aver espresso, in modo non celato, dei pareri apparentemente contrari ai dogmi della religione cattolica. Durante il quarto di secolo in cui sono stati imprigionati hanno subito torture, violenze, interrogatori sfiancanti, e tanto altro.
A salire per prima al rogo è suor Gertrude, alla quale, tra le risa dei nobili e il silenzio del popolo, fu chiesto pentimento per ottenere una morte più umana, prima garotata e successivamente arsa da morta, ma la sfortunata perseverò nell'eresia... Quindi dapprima le fu fatta "provare" l'ebrezza delle fiamme con la bruciatura dei capelli, e poi il fuoco eterno la avvolse in modo inequivocabile... Toccò poi a frate Romualdo, che come la suora non abiurò, e mentre stava per essere arso dalle fiamme, con gesti disperati provò a soffiare sul fuoco che dal basso stava per avvilupparlo... Intanto nel piano della Cattedrale per altri condannati, riconciliati e penitenti, che avevano abiurato, c'era l'assoluzione e il rito della frusta su vili cavalcature e la mitra in testa!
Giustizia fu fatta, sia divina che terrena...
Fu uno degli ultimi atti di fede della Santa Inquisizione, infatti anni dopo l'illuminato viceré Caracciolo abolì la terribile istituzione, tra la scontentezza dei bravi panormiti! Difatti, nonostante due suppliche, una Senatoriale e l'altra della Deputazione del Regno, chiedessero nel 1790, il ripristino dell'Inquisizione, il buon re Ferdinando la abolì definitivamente...
Al popolo venne meno lo spettacolo che si era perpetuato nei secoli per ben 107 volte, con grande sollazzo delle masse! Ai nobili vennero meno le rendite derivanti dalla loro funzione di famigli del Sant'Offizio! Al clero venne meno il criminale potere economico-politico, frutto delle requisizioni e dai vitalizi ad esso devoluti dagli eredi dei condannati per ripagare le spese di mantenimento dei poveracci che cadevano nelle sue avide mani! (Fonte Internet)

"Malacarne", il nuovo romanzo di Francesco Toscano. Capitolo 1.

Francesco Toscano

MALACARNE



Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.



A mia figlia, la luce dei miei occhi.


Diritti esclusivi di sfruttamento economico nel diritto d’autore e diritti connessi. Tutti i diritti letterari della presente opera sono di esclusiva proprietà dell’autore, Francesco Toscano, così come previsto dalla legge 22 maggio 2004, n. 128 sulla diffusione telematica abusiva delle opere dell'ingegno, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43 contenente disposizioni per l'università e la ricerca, dal DLGV 13 febbraio 2006, n. 118, dal DLGV 16 marzo 2006, n. 140 e dal DDL S861 approvato dal Parlamento il 21 dicembre 2007 che consente la libera pubblicazione attraverso la rete d’immagini o musiche a bassa risoluzione o degradate. Il diritto di pubblicazione (art. 12) è il primo tra tutti i diritti esclusivi di sfruttamento economico e spetta all’autore o agli autori. E’ anche un diritto morale. L'autore ha il diritto esclusivo di pubblicare l'opera. E' considerata come prima pubblicazione la prima forma di esercizio del diritto di utilizzazione. L’autore ha altresì il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l'opera in ogni forma e modo, originale o derivato, nei limiti fissati dalla legge, e in particolare con l'esercizio dei diritti esclusivi indicati in seguito. L'autore ha altresì il diritto esclusivo di pubblicare le sue opere in raccolta (art. 18). L’autore è l’unico che ha il diritto esclusivo di introdurre nell'opera qualsiasi modificazione (art. 18). Per diritti di sfruttamento economico (artt.12 e 19) s’intendono una serie di diritti di seguito elencati. Tutti questi diritti esclusivi previsti dalla legge (art. 19) sono fra loro indipendenti. L'esercizio di uno di essi non esclude l'esercizio esclusivo di ciascuno degli altri diritti. Essi hanno per oggetto l'opera nel suo insieme e in ciascuno delle sue parti. I diritti di utilizzazione economica dell'opera durano tutta la vita dell'autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte (art. 25). Nel caso di morte spettano agli eredi.
Il trasferimento o la cessione di tali diritti, si attua attraverso un contratto di cessione e ha una durata limitata nel tempo (il massimo previsto per legge è comunque fissato in venti anni, vedi art. 122 contratto di edizione). Diritti concernenti edizioni critiche e scientifiche di opere di pubblico dominio (art. 85-quater). Senza pregiudizio dei diritti morali dell'autore, a colui il quale pubblica, in qualunque modo o con qualsiasi mezzo, edizioni critiche e scientifiche di opere di pubblico dominio spettano i diritti esclusivi di utilizzazione economica dell'opera, qual è dall'attività di controllo critica e scientifica (comma 1). Fermi restando i rapporti contrattuali con il titolare dei diritti di utilizzazione economica di cui al comma 1, spetta al curatore dell’edizione critica e scientifica il diritto all’indicazione del nome (comma 2). La durata dei diritti esclusivi di cui al comma 1 è di venti anni a partire dalla prima lecita pubblicazione, in qualunque modo o con qualsiasi mezzo effettuato (comma 3). Il diritto esclusivo di trascrivere (art. 14) ha per oggetto l'uso dei mezzi atti a trasformare l'opera orale in opera scritta o riprodotta con uno dei mezzi indicati nell'articolo precedente. Il diritto esclusivo di riprodurre (art. 13) ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell'opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l'incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia e ogni altro procedimento di riproduzione. Il diritto esclusivo di eseguire, rappresentare o recitare in pubblico (art. 15) ha per oggetto, l’esecuzione, la rappresentazione o la recitazione, comunque eseguite, sia gratuitamente sia a pagamento, dell'opera musicale, dell'opera drammatica, dell'opera cinematografica, di qualsiasi altra opera di pubblico spettacolo e dell'opera orale. Il diritto esclusivo di distribuzione (art. 17) ha per oggetto la messa in commercio o in circolazione, o comunque a disposizione, del pubblico, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi titolo, dell'originale dell'opera o dei suoi esemplari e comprende, altresì, il diritto esclusivo di introdurre nel territorio degli Stati della Comunità Europea, a fini di distribuzione, le riproduzioni fatte negli Stati extracomunitari. Il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico su filo o senza filo dell'opera (art. 16) ha per oggetto l'impiego di uno dei mezzi di diffusione a distanza, quali il telegrafo, il telefono, la radiodiffusione, la televisione e altri mezzi analoghi, e comprende la comunicazione al pubblico via satellite e la ritrasmissione via cavo, e quella codificata con condizioni di accesso particolari; comprende altresì la messa disposizione del pubblico dell'opera in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente. Il diritto esclusivo di tradurre (art. 18) ha per oggetto la traduzione dell'opera in altra lingua o dialetto. Il diritto esclusivo di elaborare (art. 18) comprende tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell'opera previste nell'art. 4. Il diritto esclusivo di noleggiare (art. 18-bis, comma 1) ha per oggetto la cessione in uso degli originali, di copie o di supporti di opere, tutelate dal diritto d'autore, fatta per un periodo limitato di tempo e ai fini del conseguimento di un beneficio economico o commerciale diretto o indiretto. L'autore ha il potere esclusivo di autorizzare il noleggio da parte di terzi. Il diritto esclusivo di dare in prestito (art. 18-bis, comma 2) ha per oggetto la cessione in uso degli originali, di copie o di supporti di opere, tutelate dal diritto d'autore, fatta da istituzioni aperte al pubblico, per un periodo limitato, a fini diversi dal noleggio. L’autore ha il potere esclusivo di autorizzare il prestito da parte di terzi. Alla Legge 633/1941 si affianca anche il Codice Civile, libro V titolo nono, capo I°, articoli da 2575 a 2583.


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Uno.


Gli ultimi arredi urbani erano arrivati da poco tempo in via Maqueda, antico asse viario di Palermo, quando Francesco Salvatore Magrì si accingeva a festeggiare il suo diciottesimo compleanno.
Figlio di Carlo e Maria Pia Perracchio, piccoli pregiudicati della Vucciria, da tempo allontanatisi dalla malavita del quartiere in cui risiedevano, la Kalsa, Salvatore era cresciuto nutrendosi di malaffare e di violenza devoluta, il più delle volte, a titolo gratuito.
Alto poco più di un metro e settanta, dall’ossatura poderosa, carnagione chiara, occhi verdi, capelli neri e irsuti, Salvatore era ormai divenuto un adulto; un uomo egli si definiva al cospetto dei suoi genitori; un giovane emancipato e ormai maggiorenne, forte e sicuro di sé.
Egli rassicurava suo padre e sua madre, il più delle volte, dicendo loro che non avrebbero dovuto temere per lui in quanto, ribadiva, non sarebbe più incappato nelle maglie della Giustizia; sosteneva che era divenuto scaltro e che si sarebbe potuto difendere facilmente da quanti in passato gli avevano teso delle trappole, che gli avevano infine fatto trascorrere due anni della sua vita all’interno dell’Istituto Penale per minorenni “Malaspina” di Palermo, ove era stato recluso per rapina a mano armata e sequestro di persona.
Salvatore amava la via Maqueda, quell’antica arteria stradale della sua città natia; passeggiando lungo quella via diceva tra sé e sé, nel suo dialetto, così traducibile nella lingua italiana corrente: “si respirano gli antichi fasti degli uomini e delle donne appartenenti ai casati blasonati e di alto lignaggio della Palermo che fu, oggi estintisi.”.
Erano da poco scoccate le ore 16.00 di quel venerdì 29 luglio 2016, quando Salvatore, giunto in prossimità di via Discesa dei Giovenchi, traversa di via Maqueda, ebbe un leggero mancamento. L’aria era afosa, giacché Palermo era sprofondata nel caldo del mese di luglio, che era, a detta di alcuni meteorologi, tra i più caldi degli ultimi vent’anni.
L’inquinamento dovuto al traffico congestionato presente nel tessuto urbano del capoluogo siciliano, poi, aveva reso ancora più irrespirabile l’aria del centro storico cittadino; così le difficili condizioni climatiche e ambientali contribuirono in maniera determinante a quel lieve malore che avvolse le membra grevi del giovane.
Tuttavia non era stato il caldo a farlo barcollare, né tantomeno le polveri sottili presenti nell’aria, ma la nitida visione di una carrozza spinta da due cavalli, uno di colore bianco e uno di colore nero, condotta da un cocchiere in livrea, all’interno della quale vi erano due nobili uomini.
La carrozza, finemente intarsiata e di stile barocco, sfrecciava lungo quell’antica arteria stradale cittadina priva di quegli arredi urbani da poco collocati dal Municipio, lungo il quale non vi era rimasta anima viva, come se il tempo e gli uomini si fossero ad un tratto fermati, così da consentire alla retina degli occhi verdi del giovane Magrì di trattenere un’istantanea della Palermo di fine Settecento, inizio Ottocento.
Che cosa significava quella visione?
Salvatore si chinò, come a voler prendere qualcosa da terra, portando la mano destra al petto, all’altezza del costato sinistro. Le tempie gli martellavano. Non si reggeva più sulle gambe, che si stavano pian piano sgretolando come quei castelli di sabbia che i bambini costruiscono in riva al mare in estate.
Svenne.
Si ridestò dopo pochi minuti, circondato da un gruppo di nordafricani, residenti a Ballarò, i quali cercavano di fargli coraggio e invitandolo a sorseggiare un bicchiere d’acqua e zucchero che uno di loro gli porgeva per farlo riprendere.
Francesco Salvatore Magrì si alzò; ringraziò gli uomini e le donne che lo avevano soccorso in un dialetto a loro facilmente comprensibile, riprendendo subito dopo la marcia in direzione della Stazione Ferroviaria.
Giunto in prossimità dei Quattro Canti di città, mentre osservava sulla sua sinistra la splendida fontana di Piazza Pretoria, Salvatore udì una voce che gli diceva di non proseguire da lì, ma di svoltare in direzione di Corso Vittorio Emanuele, verso Porta Felice.
Si guardò attorno, ma non vide nessuno. Eppure quella voce… chi aveva parlato? Si sarebbe dovuto cominciare a preoccupare della sua salute mentale?
Egli non capì a che cosa quella voce d’uomo, gutturale e intensa, volesse alludere. Pensò seriamente di essere impazzito. D’altronde aveva da sempre nutrito il dubbio che “la pazzia”, quella vera, fosse scritta nel suo patrimonio genetico, ma ubbidì a quella voce, di fantasma e/o essere vivente che fosse, spinto da una forte sensazione di malessere interiore.
Qualche ora dopo, quando ormai Salvatore era all’interno della sua stanza da letto, protetto dagli affetti più cari e dalle solide mura della casa paterna ubicata nell’antico quartiere della Kalsa, venne a conoscenza che gli sbirri, poco dopo la via Torino, quel pomeriggio avevano tratto in arresto Vito Gulì, Gianluca Ciprì, Renato Galioto, i suoi tre amici, un’allegra combriccola, che aveva spopolato nel quartiere per via di tante bravate, con i quali egli, qualche giorno prima, aveva rapinato un supermercato in piazza Nascè, a Borgo Vecchio.
La rapina, che non era stata preventivamente autorizzata da Cosa Nostra, aveva mandato su tutte le furie Don Francesco Baiamonte, alias “à facci tagghiata”, il capo della famiglia mafiosa del Borgo Vecchio. Questi riteneva che essendo quell’esercizio commerciale in regola con il pagamento del pizzo, era inconcepibile che al titolare, Nicola Capasanta, fosse stato arrecato un danno economico, e che a lui un danno d’immagine al suo potere criminale. Dopo la rapina, il Baiamonte, che si era più volte sfregato le mani quasi a togliersi la pelle, poiché era forte il suo desiderio di punire i colpevoli, aveva mandato alcuni suoi sodali, con in testa il suo capo decina, Fofò Caparessa, a casa del Magrì, chiedendo a Carlo, un vecchio truffatore del quartiere, nonché padre del giovane Francesco Salvatore, la testa del responsabile di quell’avventato delitto, possibilmente su un piatto d’argento.
L’anziano truffatore intavolò con quegli uomini una lunga ed estenuante trattativa, alla fine della quale fu costretto a versare a favore della cassa della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, la metà della somma di denaro provento della rapina perpetrata da Francesco Salvatore e dai suoi complici, all’incirca 1000 euro, e altre 500 euro a favore della compagine mafiosa della Kalsa, inserita nella famiglia mafiosa di Palermo Centro, mandamento di Porta Nuova, giacché era ritenuto colpevole di non aver impedito al suo figliolo di commettere quel reato in danno di un esercizio commerciale già “messo a posto”.
Salvatore si stava per addormentare, quando gli venne in mente il malore fisico che lo aveva colpito nel pomeriggio di quel giorno e soprattutto la visione di quella carrozza barocca di un’altra epoca che correva lungo la via Maqueda; egli non riusciva a comprendere quello che gli fosse veramente accaduto quel caldo pomeriggio di fine luglio, né tantomeno riusciva a capire il perché qualcuno, forse l’anima di qualche fuorilegge o qualche “mariuolo” suo conoscente, rimasto ignoto, lo avesse voluto avvertire.
Non riusciva proprio a persuadersi di come fosse riuscito a scampare all’arresto, a differenza di Vito e degli altri due suoi amici. Egli proprio grazie a quella benedetta voce udita in via Maqueda se l’era fatta franca. Si sforzava di capire il perché fosse successo, senza riuscirvi.
Salvatore si chiese, pertanto, se l’indomani non fosse stato il caso di andare da un avvocato penalista, uno di quegli azzeccagarbugli che suo padre, già da tempo, gli aveva fatto conoscere, al fine di comprendere se fosse stato emesso un ordine di custodia cautelare in carcere anche nei suoi confronti per la rapina commessa al Borgo Vecchio; se fosse stato necessario costituirsi alle Autorità.
Dopo qualche minuto di ragionamenti contorti, uno dei quali lo aveva portato a considerare anche lo stato di latitanza, chiuse gli occhi, così sprofondando in un sonno ristoratore dai benefici effetti collaterali.


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