"CONDANNATO SENZA POSSIBILITA’ D’APPELLO." IL NUOVO ROMANZO DI FRANCESCO TOSCANO. Prima Edizione - Revisione del 21 luglio 2013.

CONDANNATO SENZA POSSIBILITÀ D'APPELLO


Di Francesco TOSCANO


Prima Edizione.
Giugno 2013.
Revisione del 21 Luglio 2013.


Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.


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Uno.

Di quel dì in cui la mia vita e il mio destino cambiarono per sempre, ricordo solo che era un uggioso pomeriggio di fine febbraio, uno dei mesi più freddi nella provincia di Palermo, l'area geografica di questo piccolo globo in cui, sono nato, cresciuto, e più volte mi sono reincarnato. L'aria intrisa d'umidità, spinta da delle folate di un freddo vento di maestrale, entrava in maniera irruente nelle nostre ossa, poveri mortali, costringendoci a stringerci nei nostri scialli di lana di concia, a volte puzzolenti, sino quasi ad asfissiarci, e a imbacuccarci nei nostri paltò di panno robusto che coprivano i nostri pantaloni di fustagno che denotavano le misere condizioni socio economiche in cui eravamo costretti a vivere. Nulla di strano se ciò fosse avvenuto in un altro posto al mondo. Era molto strano per noi siciliani che, oltre a soggiacere alle intemperie, fossimo ancora costretti a marcire nella nostra miseria, nonostante l'Italia fosse stata creata e il governo monarchico ci avesse garantito, a più riprese, che da lì a qualche anno la nostra vita sarebbe migliorata. Purtroppo non avevamo fatto i conti con la "crisi di fine secolo", un periodo di recessione economica che contribuì, infatti, all'aumento della tensione sociale e politica, che si tradusse nella successione di undici governi nei dieci anni che seguirono. Correva l'anno 1893 e il primo governo Giolitti era già in parlamento da circa nove mesi, e lì vi sarebbe rimasto in carica, se non ricordo male, sino al mese di dicembre di quell'anno, per un totale di cinquecento settantanove giorni. Non so dirvi che cosa mi accadde quel giorno nefasto, e mai sarò in grado di spiegarlo ad alcuno, sebbene me l'abbiano chiesto in tanti in questi ultimi due secoli di oscurità.
Non credevo, prima di passar "a miglior vita", quando ancora mi trovavo sulla Terra, che l'Inferno esistesse, sebbene la mia cultura, e la religione da me professata sino a qualche anno prima che io morissi, mi avessero insegnato tutto il contrario. Quello era un Inferno più dantesco che cristiano, più allegorico che metafisico. La mia anima, pur tuttavia, allontanandosi in vita dalla Luce, così precipitando nel buio degli abissi tenebrosi, aveva avuto modo di conoscere e di sperimentare ciò che significasse, per davvero, vivere nella tristezza più assoluta, nell'estremo dolore, nell'enorme disperazione e tormento eterno. Facevo mille supposizioni del perché fosse successo proprio a me, alla mia anima, nel reincarnarmi in quelle nuove vite, chiedendomi ogni istante che cosa avessi potuto realizzare se fosse andata diversamente; per quale motivo la mia anima aveva fatto le stesse esperienze delle vite precedenti, così costringendomi a rimanere in quest'universo fatto di sofferenze e di malvagità?
«La Giuria!»
Tutte le anime che affollavano l'assemblea si alzarono dalle poltrone in cui sedevano, inchinandosi in direzione della Suprema Corte.
«Che l'imputato si alzi!» disse il giudice a latere che sedeva a fianco del Presidente della Corte. Non obiettai. Mi alzai in piedi pronto ad accettare la Sentenza di condanna che da lì a poco sarebbe stata emessa nei confronti della mia anima, forse per l'eternità.
«Che cosa ha da dichiarare a sua discolpa?» disse il Presidente della Corte, guardandomi quasi volesse procedere a un'introspezione psicologica.
«Nulla vossignoria!» dissi timidamente.
«Ammetto le mie colpe e chiedo la clemenza della Corte…», dando così sfogo, ed esternando, tutti i sentimenti di contrizione che in quegli ultimi anni avevo man mano concepito.
«Allora ammettete i fatti che vi vengono contestati? Vi dichiarate colpevole di aver trucidato la vostra famiglia, in un momento d'ira sfociato in un raptus omicida?»
«Sì!»
«Orbene, a conclusione di questi cento anni d'investigazioni, tenuto conto delle circostanze attenuanti ammesse, e in virtù dei poteri a me conferiti», disse il Presidente della Corte, «condanno quest'anima a espiare duecento anni di pena sul pianeta Terra, reincarnandosi per ben tre volte in una nuova vita.»
Continuando disse: «Quest'anima avrà cura di condurre queste altre tre vite nella preghiera e nella penitenza, al fine di lenire il dolore arrecato ad altre anime, le quali nel corso di questo processo hanno chiesto a questa Corte, in ragione dei sentimenti d'amore che vi legarono in vita, di esser assai clemente nel formulare questa Sentenza di condanna appena emessa nei vostri confronti.»
Non dissi nulla. Non replicai. Accettai di reincarnarmi per altre tre volte in una nuova vita sul mio pianeta d'origine. Ero consapevole del fatto che la mia anima mi avrebbe costretto a vivere nel pentimento, Ad maiorem Dei gloriam, di luterana memoria.
Prima di uscire dalla sala dell'assemblea, il Presidente disse: «Accompagnate quest'anima nella sala dell'oblio, affinché si possa reincarnare in una nuova vita.»
E ancora, rivolgendosi direttamente al mio spirito: «Ricordati che ti restano solo queste tre possibilità di redenzione, e che se dovessi fallire miseramente la prova di virtù che ti è stata assegnata, ti ritroverai a dover lottare con le fiere, i prossimi tuoi simili.»
Girai lo sguardo verso i miei due carcerieri che mi stavano per accompagnare nella sala dell'oblio quando, a un tratto, mi balenò in mente un ricordo di una vita da me già trascorsa, sintetizzabile in questa massima ricca di saggezza: «Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.»
Mi feci coraggio, lasciandomi trascinare in quella nuova realtà e dimensione dell'essere.


Due.

Venerdì, 4 maggio 1990. In una modesta casa del quartiere Ballarò di Palermo.
Un neonato piange disperato per la fame.
«Non piangere piccolo mio, che la tua mamma ora ti canterà questa bellissima canzone: Apri i miei occhi Signore… Apri i miei occhi Signore.. Voglio vederti, voglio vederti….. Apri i miei occhi Signore… Apri i miei occhi Signore….Voglio vederti, voglio vederti.. Vederti splendere su me… Nella luce della Tua gloria.. Versa il Tuo amore su noi.. Mentre cantiamo Santo ..Santo…Santo, Santo, Santo.. Voglio vederti! Santo, Santo, Santo..Santo, Santo, Santo…Voglio vederti! »
«Comare Piera, chi ci avi ù picciriddu?» disse la zia Tina, urlando con voce febbrile dal basso accanto.
«Zia Tina, zia Tina, presto, presto, entrate! Non riesco a far quietare la mia creatura.»
«Puvirazzu! Ha le coliche addominali...» precisò la zia Costantina, alle donne del quartiere meglio nota come à zì Tina. Era una piccola donna, ormai prossima a compiere sessantacinque anni, che in gioventù si era prostituita perché costrettavi dal marito, che si premurava ora, in età avanzata, a compiere quelle opere di bene che la vita dissoluta, che aveva condotto, sino a un ventennio addietro, non le aveva fatto ultimare, tenuto anche conto che era ormai prossima a morire, e che avrebbe fatto di tutto per salvare la sua anima da una sicura dannazione eterna; almeno così le disse, un giorno, Fra Rosario, un fraticello della chiesa di San Domenico, all'uscita dalla messa vespertina.
«Il dottore mi ha prescritto delle gocce da dargli, macché.. nulla!» disse Piera, con le lacrime che le rigavano il viso, mossa da quell'istinto materno che le avrebbero fatto fare di tutto per alleviare le sofferenze alla sua prole. E in preda ad una crisi di nervi, continuò dicendo: «Sono le 20.00 e quel debosciato di suo padre ancora non è rientrato. Che ve ne pare, zì Tina? Il bambino ha bisogno di cure, d'amore, e lui che fa, va girando taverne, taverne, ogni giorno sempre più ubriaco fradicio!»
La zia Tina, mossa a compassione, le disse: «Non ti preoccupare figlia mia, non disperare che le cose si aggiustano. Tutto sommato è un brav'uomo, timorato di Dio, che arranca a trovare un lavoro; è per questo, secondo me, che sfocia nei fumi dell'alcol la sua rabbia, proprio perché non può dare a suo figlio una vita più dignitosa e agiata.»
Mentre l'anziana donna parlava, tessendo le lodi del giovane compagno di comare Piera, dalla strada una voce mesta e grave attirò la loro attenzione:«Piera! Piera! Dove sei maledetta femmina, dannazione dell'anima mia?»
Piera non rispose, timorosa di nuove ritorsioni di quel manesco di Turiddu, che sovente aveva risolto le controversie domestiche con botte e calci, lasciandosi trasportare dai fumi dell'alcol e sfociando la sua rabbia repressa nei confronti della sua giovane moglie, la cui unica colpa era stata di proferire quel fatidico "sì", quel giorno di San Cosma e Damiano sull'altare della Chiesa della Martorana, (o di Santa Maria dell'Ammiraglio, o San Nicolò dei Greci), alla fine del mese di settembre di un quinquennio prima. Di quel giorno Piera ricordava con affetto, fra l'altro, le grida festose dei pescatori e dei marinai che festeggiavano i loro Santi patroni, Cosimo e Damiano, un tempo venerati in maniera fastosa in alcune borgate della città di Palermo, poiché la tradizione popolare riteneva che i Santi, essendo fratelli, forse gemelli e, ambedue medici, avessero il potere di guarire affezioni e malanni d'ogni tipo. L'anta di destra della porta che chiudeva il basso si aprì, facendo scorgere nella penombra la sagoma corpulenta di Turiddu che, malgrado avesse da poco compiuto trentacinque anni, sembrava fosse prossimo a compierne cinquanta di anni. Turiddu entrò all'interno della modesta e umile stanza da letto, che fungeva anche da soggiorno, cucina, salotto, annessa alla quale un piccolo bagno, malandato, dagli scarichi del quale esalavano, durante i mesi estivi, odori nauseabondi e fetidi. Piera istintivamente strinse al suo petto il piccolo Marco, nome di battesimo che aveva dato al nascituro in ricordo del defunto padre di Turiddu, vittima di lupara bianca, cercandolo di proteggere dalla violenza e dalle percosse che il suo uomo era solito somministrarle.
«Che si mangia in questa casa d'inferno?» disse Turiddu, arcuando il sopracciglio destro, del suo volto raffazzonato e trasandato, e ammorbando l'aria con il suo alito vinoso.
La donna rispose, piangendo: «Che si mangia? Che si mangia? Veleno si mangia! Ogni santo giorno, ormai da circa due anni. Ma che ho fatto di male nella mia vita per meritarmi un marito del genere? Ah? Che ho fatto di male? Non fai nulla per meritarci. Non fai nulla per donarci un po' d'amore. Guardati! Mi fai schifo!»
A quest'insulto Turiddu rispose con la violenza, non curante che Marco avesse cominciato a piangere ancora di più, impaurito delle urla dei suoi genitori, togliendosi la cintura in cuoio dai pantaloni che calzava e brandendola dalla fibbia, con la mano destra, dopo aver sollevato il braccio destro in aria, sferrò un colpo all'indirizzo di Piera che solo per miracolo non le sfigurò il volto.
Tanta violenza non poteva che sortire l'intervento delle comari e dei compari viciniori di basso, che arrivarono, addirittura, a minacciarlo che se non l'avesse finita avrebbero chiamato gli sbirri.
«Curnutu ru diavulu, calmati! Calmati!» gli disse zù Momo che era giunto in casa per sedare gli animi e soccorrere la figlioccia Piera, il cui padre gliel'aveva affidata qualche anno prima in punto di morte.
«Ma che minchia stai combinando?» aggiunse Momo. Dopo l'intervento dello zù Momo gli animi si quietarono, e tornò il silenzio nel vicolo, la cosiddetta "quiete dopo la tempesta".
Piera non aveva dormito quella notte; si era girata e rigirata più volte fra le lenzuola di quel letto matrimoniale che era costretta a condividere con quell'infimo uomo di Turiddu Scarpinato, come se fosse una cotoletta impanata; quando erano da poco scoccate le ore 06.00, si era da poco appisolata. Si alzò di scatto sentendo piangere il suo bambino. Lo prese in braccio, cullandolo amorevolmente. Il bambino smise di piangere solo dopo che la donna se lo portò al seno per allattarlo. Mentre stava allattando il suo bambino, guardò la sua immagine riflessa nello specchio del comò della stanza da letto. Solo allora si rese conto di aver perso quei tratti di giovinezza che sino a poco tempo prima l'avevano contraddistinta fra le donne del quartiere. Aveva da poco compiuto ventisette anni. Piera era alta un metro e settanta, corporatura normale, carnagione chiara; di lei, la figlia di Carlo il fornaio, morto in un incidente stradale quando aveva da poco compiuto quarant'anni, lasciandola sola al mondo, le persone che l'avevano conosciuta ricordavano il volto tondeggiante, le guance rosse tempestate da due fossette ammalianti, e quegli occhi neri e luccicanti che, quando ti guardavano, ti scrutavano dentro, sino a svelare i più nascosti segreti dell'animo umano. Si voltò a guardare quell'uomo che aveva tentato di picchiarla la sera precedente, che dormiva al suo fianco, muovendosi con cautela, timorosa del fatto che potesse svegliarlo e mandarlo in escandescenza, come una bestia che, essendo costretta a starsene in gabbia, e privata di quel fondamentale dono che la natura ci ha elargito e che molti esseri viventi inseguono, che da sempre noi esseri umani chiamiamo libertà, alla prima occasione reagisce a quella coercizione fisica con irruenza. Ed era proprio la libertà che aveva perso, poveretta, quella dei tempi migliori, quando il suo amato padre, la domenica, la portava a mangiare un gelato a porta di Termini, facendola sentire la cosa più importante al mondo. Più volte, in quegli ultimi due anni, cioè dal giorno in cui Turiddu aveva perso il lavoro da muratore presso una ditta edile con sede legale in provincia di Palermo, aveva metabolizzato l'idea che fosse giunto il momento di lasciarlo, di mandarlo a farsi fottere, di rispedirlo a quella famiglia di merda cui apparteneva e della quale aveva ereditato tutti i lati negativi del suo carattere. Poi si ricredeva, ritornando sui suoi passi, sostenendo che quell'uomo che dormiva al suo fianco, di notte, non fosse lo stesso uomo che aveva sposato, del quale, un tempo, era perdutamente innamorata.


Tre.

«Perché non mi ha condannato per l'eternità?» dissi ai miei carcerieri mentre mi conducevano verso la stanza dell'oblio, luogo in cui aveva sede la macchina della metempsicosi, programmata non solo per far rispettare la decisione adottata dalla Suprema Corte all'atto del verdetto finale, ma anche per scegliere, fra tutti i luoghi dell'Universo, e fra tutti gli esseri viventi che lo popolano, in quale nuova creatura l'anima del condannato si sarebbe dovuta reincarnare e presso quale luogo, secondo schemi e concetti che esulano l'umana comprensione.
Uno dei due carcerieri, quello che mi teneva i ceppi che mi attanagliavano i polsi dalla mia parte destra, mi disse:
«Che cosa pretendevi? Forse speravi di farla franca e di non patire le pene dell'Inferno?»
E l'altro, incuriosito dalla mia reazione alla condanna da poco inflittami, mi disse:
«Non sottovalutare la possibilità di redenzione che ti è stata concessa. L'anima non è fatta per soffrire, ma per ricongiungersi con il Dio Creatore dell'Universo, verso cui desidera recarsi, una volta e per sempre…» precisandomi poco dopo: «Le concezioni primitive intorno all'anima sono concordi nel considerare questa come indipendente nella sua esistenza dal corpo. Dopo la morte, sia che l'anima seguiti a esistere per sé senza alcun corpo o sia che entri di nuovo in un altro corpo di uomo o d'animale o di pianta e perfino di una sostanza inorganica, seguirà sempre il volere di Dio; cioè il volere dell'Eterno di far sì che le anime da lui generate e create possano trascendere la vita materiale e innalzarsi a un piano più alto dell'esistenza, imparando, pian piano, a comprendere il divino e tutto ciò che a lui è riconducibile.
Le antiche religioni e filosofie hanno costruito teorie capaci di spiegare da una parte la costituzione fisica dell'uomo e la sua origine e, dall'altra, la sua costituzione morale e la sua sorte. A questo secondo scopo ha servito la dottrina della metempsicosi, la teoria secondo la quale l'anima dopo la morte passa di continuo da un corpo all'altro, finché non si sia resa del tutto indipendente e libera dalla materia.
Il bene e il male operato in una vita viene ricompensato, a volte, automaticamente, per intima connessione causale, con la reincarnazione nella vita successiva in un corpo, a seconda del merito, superiore o inferiore, durante un corso indefinito di esistenze, dal quale solo si può uscire per mezzo della conoscenza della natura labile di tutte le cose.»
Entrai all'interno del marchingegno della metempsicosi, divenendo in un istante un insieme di matrice di punti che occupava, nello stesso momento, lo spazio-tempo senza alcuna distinzione fra il presente, il passato e il futuro; tutto era noto, tutto era scritto, nulla era lasciato al fato. Pochi secondi dopo inalai il mio primo respiro, respirando a pieni polmoni, nel corpo del neonato che tutti, qualche giorno dopo, chiamarono Turi, Turiddu di mamma, Turiddu ru me cori.


Quattro.

Palermo, lunedì 27 febbraio 1893, ore 22.00.
Quartiere dell'Albergheria.

L'oscurità in cui versano le strade di Palermo non poteva non favorire anche il mal costume, fomentato soprattutto dall'eterno bisogno. Dove l'oscurità era più fitta, qui, vi si raccoglievano male femmine, delle quali era una vera falange. Nel rione dell'Albergheria esse infestavano luoghi reconditi, attiratevi specialmente dalla vicinanza dei quartieri militari. Il vicolo degli Zingari, presso Porta di Castro, parla ancora. In tutta la città però queste sacerdotesse di Venere si raccoglievano all'ombra delle conniventi pinnati, cioè delle tettoia o gronda sporgente dai muri degli edifici e delle case nelle vie, numerosissime anche dopo la provvida pulizia che ne fece, Pretore il Regalmici, la Deputazione delle strade[1], e per vecchio costume riconducibili a quei posti del Cassaro che agevolavano le fermate e ne proteggevano le clientele; onde il titolo di cassariote[2].
In altre vie di Palermo durante il dì, di secondo, di terz'ordine, stanno di casa e di bottega, artigiani, che dalla specialità dei loro mestieri prendono nome le vie: Materassai, Sediari, Formari, Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri, Gallinai.
A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai e dei Mezzani, che pur danno sul Cassaro; stridenti quelli degli Schioppettieri, dei Chiavettieri (magnani), e dei Cassari, che intronano le orecchie. Erano da poco scoccate le 22.00 quando un uomo, dall'apparente età di anni quaranta, alto circa un metro e settantadue, corporatura esile, capelli neri e folti, occhi piccoli e racchiusi fra due lenti da miope, ingobbito nel suo paltò robusto e scuro, si dirigeva con passo barcollante verso la via dei Chiavettieri, presso la Vicaria. Qui, al civico venti, da circa due generazioni la sua famiglia aveva una piccola bottega dalla quale traeva il suo sostentamento economico. Camminando, camminando, recitava la sua preghiera al suo santo protettore: «Si vô' junciri sanu, Nun ti scurdari lu patrinnostru a Sanciulianu. Sanciulianu, ’ntra l'äuti munti, guarda li passi, e pöi li cunti: Tu chi guardasti l'acqua e la via, guardami a mia e a la mè cumpagnia.»
Badate bene, quell'uomo non aveva paura dell'oscurità, né delle bande di malavitosi che infestavano i rioni della sua amata Palermo, ma di quella strana premonizione che lo aveva assalito già dalle prime ore del giorno, forse evocata dalla sua anima; da lì a poco, infatti, egli avrebbe compiuto un gesto insano, di quello che macchiano l'anima umana per l'eternità. Si era diretto nuovamente verso la sua bottega, che aveva badato a chiudere verso le ore 20.00, dopo una dura giornata lavorativa, di quelle che ti sfiancano sino al collasso, proveniente da una taverna posta a breve distanza dove aveva scambiato due chiacchiere con gli amici davanti un vinello bianco il cui sapore difficilmente avrebbe dimenticato, e accortosi che si era fatto una certa ora, desideroso di rientrare nella sua casetta, povera ma pulita, e dignitosa, si accingeva ad aprire la porta di casa con una delle chiavi che aveva personalmente fabbricato, quando a un tratto udì provenire dall'interno di casa dei rumori molesti. Entrò di soppiatto, mantenendo il respiro come se si fosse immerso in apnea nel mare blu che tanto amava, pensando di cogliere in fallo il ladro malcapitato, quando scorse sua moglie, disgraziata maledetta, a letto con un tale, più giovane di lui di circa vent'anni, nella classica posizione del missionario che godeva come una troia mentre quel bastardo la stava penetrando, a pochi centimetri dalla culla in cui dormiva il suo primogenito, nato qualche anno prima da quel matrimonio che gli sembrava che fosse la cosa più bella che la vita gli avesse offerto da quando aveva emesso il suo primo e forte vagito. Alla vista di quella scena, che mai aveva pensato potessero vedere i suoi occhi, il sangue gli salì nel cervello offuscandogli la vista già precaria; prelevò dalla tasca destra dei pantaloni un coltello a serramanico, lo aprì, e con una violenza inaudita colpì i due amanti, tante e tante volte, così facendo schizzare il loro sangue ovunque, imbrattando anche la culla in cui dormiva il suo angelo. Pochi secondi d'ira, che lo portarono a quell'omicidio. Poco dopo, non contento di quell'orrore, infilzò più volte la sua creatura la cui unica colpa era stata quella di dormire al fianco di quella stronza di una donna che aveva ordito il tradimento fra le mura del focolare domestico. Riprese coscienza qualche minuto più tardi. Legò con cura una corda nel soffitto. Salì sulla prima sedia che videro i suoi occhi e, dopo aver fatto passare la corda nell’architrave di legno di abete del tetto, si annodò al collo un cappio. Riversò un colpo secco alla sedia su cui era salito con il piede destro; il peso del suo corpo permise alla corda di spostare in alto e indietro l'osso ioide e la base della lingua, causando l'asfissia che lo condusse alla morte. Pochi secondi dopo, quel disgraziato penzolava dal soffitto come un salame affumicato. Sulla sua tomba qualche buontempone scrisse: «Qui giace Domenico Calandrei, per gli amici Mimì, che in un momento d'ira, trucidò moglie, amante, figlio, e poi si tolse la vita per impiccamento.»


Cinque.

Un forte mal di testa attanagliava le meningi di cumpari Turiddu quando, finalmente, si alzò dal letto matrimoniale. Di Piera e del bambino nessuna traccia. Nessun segno visibile a occhio nudo faceva trapelare che lei avesse scelto volontariamente di andarsene di casa, lasciandolo lì da solo come un verme. Che cosa le era passato per la mente a quella pazza? Chi cazzo si credeva di essere quella stronza maledetta che era stata la rovina della sua casa?
«Puttana impertinente!»
Continuò ancora per qualche minuto in tal guisa, come se non avesse alcuna colpa di quello che era successo la sera precedente, colpa che era da imputare, nella sua mente, solo ed esclusivamente a quella stronza di sua moglie, quando si accorse che sotto il lume poggiato sul marmo del comò della stanza da letto, vi era una lettera manoscritta, in cui Piera aveva annotato le testuali parole: «Aspetto, aspetto e sono sempre botte, non so neanche più chi sono, né ho cognizione di che cosa debba fare. Tutte le volte mi dico che è l'ultima volta, ma poi non faccio nulla, se non aspettare che tu ritorni a casa. Ogni giorno è uguale, sempre con la paura di sbagliare e forse sbaglio. Non voglio che capiti qualcosa di brutto né a me, né a nostro figlio. Sono proprio stanca, e ho tanta paura. Tu mi controlli sempre, mi assilli, mi togli la vita. Ti auguro tutto il bene di questo mondo. Non ci cercare più!»
«Ma sì, che se ne vadano pure! Io posso continuare a vivere senza di loro. Sono loro che hanno bisogno di me!» Si recò in bagno.
Puzzava da far schifo. Si abbassò la patta dei pantaloni che indossava dalla sera precedente, sgualciti e luridi, e tirò fuori il suo pene. Pisciò come non aveva fatto mai prima di allora.
«Ah! Una pisciata liberatoria! Quello che ci voleva….. Buongiorno!»
Aprì il rubinetto della doccia e aspettò invano, e per qualche minuto, che scendesse l'acqua calda. Non ricordava che la società elettrica, che gli aveva sino a poco tempo prima fornito l'energia elettrica, gli aveva scollegato l'impianto dalla rete elettrica principale, per morosità. Non si era mai chiesto, nei mesi precedenti, quando la sera si ritirava a casa, il perché quei sedici metri quadrati di casa, ordinata solo perché Piera odiava il disordine e la sciatteria, erano illuminati dalla luce fioca delle candele. Resosi conto che l'acqua calda non sarebbe mai e poi mai scesa dalla doccia, si convinse che forse era meglio lavarsi con l'acqua fredda.
«Arrusa ra miseria, puttana! Ma cu minchia mu fici fari, Dio…» Bestemmiò, bestemmiò a squarciagola, come se quelle offese rivolte al Creatore potessero, d'un tratto, stravolgergli la vita.
«Sta troia si purtò ù picciriddu! E ora chi fazzu?»
Si rese conto, solo allora, che l'unica speranza che aveva di non morire di fame era legato proprio al fatto che avesse una famiglia, anzi, per meglio dire, una moglie rompi coglioni e un figlio scassa minchia, che non faceva altro che piangere tutto il giorno, i quali gli potevano garantire quel sussidio familiare che lo Stato da qualche tempo gli devolveva, per la loro precaria situazione economica, anche se i soldi erano pochi e non bastavano neanche a farsi un goccetto di quel buon vino che la taverna di Mario di via Porta di Castro custodiva nelle botti di acacia, ideale per la custodia di quel vinello, una bevanda che tanto aveva gradito negli ultimi anni. Il dottore Maffei glielo aveva detto però: «Stia attento Salvo, che si sta rovinando la vita; l'alcol la sta allontanando dalla realtà che la circonda.»
Gli ultimi esami clinici, del resto, testimoniavano il suo pessimo stato psicofisico, dovuto al suo stato d'alcolista. Solo allora si ricordò quello che il dottor Maffei, con studio medico chirurgico in via Antonio Mongitore, all'angolo con via Orlando Diego, gli disse un giorno, mentre Piera, piangendo, lo pregava di cambiare condotta e stile di vita: «Salvo, dal punto di vista medico l'alcolismo si distingue in acuto e cronico. Nell'alcolismo acuto l'intossicazione è caratterizzata da un graduale passaggio dall'effetto piacevole ed euforizzante della bevanda alcolica (allegria, socievolezza) sino alla comparsa di un'alterazione motoria e ideativa che può giungere anche allo stato di coma alcolico, stadio che può condurre al collasso e alla morte, oppure può risolversi con il ritorno alla normalità. Una fase intermedia fra alcolismo acuto e alcolismo cronico è rappresentata dalla cosiddetta ubriachezza patologica, rilevabile soltanto in soggetti con caratteristiche psicopatiche costituzionali; si tratta, in genere, d’individui che hanno una personalità abnorme, relativamente instabile, o sono portatori di piccole lesioni organiche del sistema nervoso centrale che abitualmente rimangono silenti e che sono rivelate da stimoli nocivi di origine esterna..»
Lui, da ignorante qual era, non capì che cosa il medico gli volesse dire; non aveva fatto attenzione alle sue parole, sbadigliando per tutto il tempo, da perfetto maleducato, come se fosse uno scolaretto impenitente.
Una cosa ricordava: Piera piangeva, piangeva disperata a quelle ultime parole che il dottor Maffei aveva finito di proferire. Ebbe i rimorsi di coscienza. Si sbarbò, si mise quello che restava del dopobarba regalatole da Piera molto tempo addietro, si vestì e uscì da casa alla ricerca di sua moglie e di suo figlio.
Varcato l'uscio della porta d'ingresso della sua abitazione, sembrava che fosse un altro uomo rispetto a quello che la sera prima, nella penombra, si era intrufolato nella vita di Piera e di Marco, mettendo a repentaglio il loro stato di salute.
Fuori la loro piccola dimora, la prima cosa che gli balenò in mente fu quella di andare a bussare alla porta di zì Tina.
«Zì Tina, zì Tina, rapitimi à puorta!»
«Cù è che scassa i cabassisi ri prima matina?» rispose l'anziana donna, alzandosi dal letto, ancora con la bocca impastata e gli occhi appiccicosi, che faceva fatica ad aprire. Anche a lei piaceva fare le ore piccole, retaggio di quel passato che ormai non le apparteneva più, dormendo sino a tardi la mattina, qualora ne avesse avuto voglia.
«Sugnu io, Turiddu! Ca vistu a Piera?»
La zì Tina gli rispose che Piera non l'aveva vista dalla sera precedente, chiedendogli, di contro, se fosse successo qualcosa e se Marco, l'angioletto che reggeva in piedi quella famiglia sgangherata, stesse bene.
«No, niente! Tutto bene! Tutto bene…..solo che mi sembrava che Piera si fosse recata presso la sua abitazione sta matina. Mi scusassi, mi scusassi s'arrivigghiavu. Buongiorno! Sa benerica!» Zì Tina replicò dicendogli: «Ah talè! Attenta a mia! Se pocu pocu t'appermetti ri torcere un capiddu o picciriddu, ‘nca io vogghiu beni chiossà ra me vista, t'ammazzu come un crastu!»
Turiddu non rispose a quella provocazione, tenuto conto che ben conosceva l'indole di quella donna e di tutto il quartiere, qualora, putacaso, si fosse scontrato con lei, in quanto, benché fosse stata in passato una donna dai facili costumi, era ormai da circa vent'anni considerata da tutti gli abitanti dello storico mercato cittadino, una “santa donna”, che bisognava rispettare e venerare. Evitò di replicare. Si mise la coda fra le gambe e sgusciò via dal vicolo come un'anguilla impazzita.

Sei.

Turiddu si allontanò dal vicolo in cui abitava con il cuore in gola. Quella minaccia proferita da zì Tina lo aveva sconvolto. Che cosa voleva dire quella puttana? Che cosa sapeva? Che cosa le aveva raccontato Piera? Tali domande non potevano trovare risposta nell'immediato. Decise di allontanarsi il più velocemente possibile dal rione, convinto che lì non vi avrebbe trovato né la moglie, né suo figlio. Non che avesse paura di quella donna, sia bene inteso, ma dello zù Momo, l'amante di zì Tina, sì. Quell'uomo lo metteva in soggezione, sebbene fosse più basso di lui di parecchi centimetri, e fosse avanti negli anni. Non era il caso neanche di provarci a competere con quel "malacarne"; sicuramente avrebbe avuto la peggio, o direttamente o per vie traverse. Del resto lo zù Momo era, per quanto ne sapesse, il reggente dell'allora famiglia mafiosa di Ballarò/Porta Sant'Agata o Porta Nuova, la quale si era contraddistinta nel corso degli ultimi trent'anni per alcuni omicidi, e in diversi casi di lupara bianca di alcuni "uomini d'onore" affiliati ad altre famiglie mafiose dei quartieri limitrofi. Ricordava di aver sentito da alcuni picciotti, che frequentavano la taverna di Mario, a Porta di Castro, che lo zù Momo era arrivato ai ferri corti con alcuni di loro, in tempi non sospetti e negli anni di massimo splendore di "Cosa Nostra", per futili motivi legati al monopolio del traffico degli stupefacenti nel centro storico di Palermo. Si ricordò, solo allora, quanto pianse sua madre allorquando suo padre, lo zù Marco Scarpinato, "uomo d'onore", regolarmente "punciutu[3]", nonché affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova, era scomparso per colpa della Mafia in auge nei primi anni Ottanta del Novecento. Si ricordò solo allora, andando con i ricordi indietro nel tempo, e spulciando nei cassetti della memoria, che il fatto era accaduto un giorno di fine agosto di otto anni addietro, mentre suo padre stava percorrendo lo stradone che da Monreale porta a Palermo, che il governo della città, nella seconda metà dell'Ottocento, aveva deciso di intitolare a Garibaldi e ai suoi mille garibaldini che erano giunti sino a Calatafimi. Chiamato originariamente lo "stradone" di Mezzo Monreale, prese il nome di Corso Calatafimi dopo l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia, in onore dell’"eroe dei due mondi", vincitore della battaglia di Calatafimi, che, dopo aver sconfitto le truppe borboniche a Pioppo, venne a Palermo proprio attraverso questa strada[4].


Sette.

Turiddu si ricordò che cosa gli disse sua madre, un giorno di fine agosto, mentre si trovavano in cucina a pelare le patate, e pochi giorni dopo la scomparsa di suo padre. A dire di sua madre, Nannarella Casamassima, all'epoca dei fatti una trentasettenne avvenente, rimasta vedova nel pieno della sua giovinezza, la scomparsa di suo padre era stata preceduta da un ignobile attacco di alcuni uomini facenti capo al gruppo di fuoco di Brancaccio che, in una tipica azione mafiosa, si erano caricati il suo amato marito in una macchina da loro poco prima rubata in viale Lazio, facendo poi perdere le loro tracce. Questa confidenza, a sua madre, gliel’avevano fatta alcuni picciotti della famiglia mafiosa di Porta Nuova che, a loro dire, erano stati testimoni impotenti dell'evento delittuoso. Si ricordò, inoltre, di quante lacrime egli avesse versato in seguito a quell'evento luttuoso, e di come si dovette prendere cura di sua madre, e degli altri suoi fratelli, essendo il figlio primogenito dell’“uomo d’onore” ucciso, andando a lavorare come manovale in un cantiere edile di Bonagia, quartiere di Palermo ove l'allora speculazione edilizia aveva fatto sorgere dei casamenti di tipo residenziale che, a prima vista, sembravano tutti uguali.
«No, no, ma che cazzo sto pensando?» disse fra sé e sé.
Non voleva che certi pensieri fossero generati dalla sua mente. E in un momento di maggior lucidità mentale disse a se stesso: «Chisti se pocu pocu mi muovu malamente, mi fannu fare a fini ri me patri!»
Fece mille riflessioni ma, essendo fondamentalmente un codardo, giacché aveva una paura fottuta di agire come avrebbe voluto (sebbene in tenera età, quando suo padre sparì dalla circolazione, avesse promesso a sua madre che un giorno gliel'avrebbe fatto pagare a quei bastardi che avevano rovinato la loro vita), decise di mettere un freno ai quei pensieri che il suo cervello, autonomamente, stava elaborando.
Continuò a camminare, e a guadarsi intorno, sperando di vedere Piera e il bambino. Stava percorrendo Corso Vittorio Emanuele quando, all'altezza di Piazza Bologni, incontrò “ù fimminedda”, un balordo di strada cui i suoi amici avevano affibbiato tale appellativo, in virtù dei suoi più che discussi gusti sessuali.
«Fimminè, fimminè, non è che pi caso hai vistu a Piera e a mè figghiu?»
«Ciao Turì! No, non l'ho vista, picchì?»
«No, niente! A vaiu circannu picchì un mi ricuordo chi cosa mi rissi r'accattarici!»
«Minchia, Turì, pirdisti a memoria?»
«No, no, vabbè, scusa, ciao, ciao.»
«Ciao Turì. Puta casu a viru cuomo tu fazzu sapiri?» disse quella checca di fimminedda, credendo di fargli una cosa gradita.
«No, no, un ti preoccupare, ma chi viene a diri? Futtitinni! Mancu pi pigghiariti stu pinsieru! Ciao.»
Salutò l'amico con un bacio sulla guancia, che poi si pentì amaramente di averglielo elargito, e continuò per la sua strada. Aveva già percorso un centinaio di metri quando, a un tratto, mentre ragionava fra sé e sé, incontrò lo zù Momo.
«Uè principali, come iamu?» disse lo zù Momo, per nulla sorpreso di incontrarlo, volendo prendere in giro.
«Sa benerica zù Momo! Scusassi se nun mi fiermu, ma vaiu ri prescia!»
«Pirchì? Chi c'è? C'è cuosa?»
«No, no, niente! Stavu circannu a mè mugghieri e o picciriddu, pirchì m'avia rittu ‘nca si truvava ri sti banni, pirchì c'avia accattari ù latti e autri cose a Marco, e io ci vulia rari na manu.»
Aveva mentito spudoratamente, perché aveva timore di qualche ritorsione dello zù Momo, tenuto anche conto delle minacce velate che la sera precedente, allorquando lo zù Momo si era recato presso la sua abitazione per sedare gli animi fra lui e sua moglie, gli aveva proferito alla presenza di sua moglie Piera. In particolare, si ricordava che lo zù Momo gli aveva richiesto di marciare sul giusto binario, di stare in campana, e di non far soffrire la figlioccia Piera e il loro bambino. Che la doveva finire di bere, di mettersi la testa a posto e di cominciare seriamente a trovarsi un lavoro, precisandogli che "ù travagghiù" per i picciotti "assistimati" e “ra famigghia[5]” non sarebbe mai mancato nei cantieri edili della zona, facendogli così intendere, chiaramente, che se avesse cambiato condotta e stile di vita, si sarebbe interessato in prima persona a cercargli un lavoro stabile. Turiddu salutò lo zù Momo con un nodo in gola che difficilmente avrebbe sciolto, qualora non avesse trovato sua moglie e suo figlio; le ritorsioni dello zù Momo nei suoi confronti, pensò, sarebbero stati maggiori se non si fosse riappacificato con la moglie e con il mondo intero. Decise, allora, di continuare a cercare, speranzoso che prima o dopo avrebbe trovato sua moglie e suo figlio.


Otto.

Turiddu continuò a cercare sua moglie e suo figlio per le vie di Palermo per tutta la giornata, sino a tarda sera. Erano da poco scoccate le 21.00, quando metabolizzò l’idea che Piera e il bambino potessero aver trovato rifugio dalla zia Sarina, zia materna di Piera, che abitava in un appartamento ubicato presso un condominio inserito nel contesto delle case popolari del quartiere Sperone[6] di Palermo, nell'area sud-orientale della città. Turiddu, avendo supposto che presso l’abitazione della zia Sarina avesse potuto rintracciare facilmente Piera e il bambino, in considerazione dei buoni rapporti che intercorrevano fra sua moglie e la medesima zia Sarina, decise di dirigersi verso la Stazione Centrale, nei pressi di via Balsamo, luogo in cui era ubicato il capolinea dell’autobus di linea urbana numero 31, in servizio dalla Stazione Centrale di Palermo a via Giafar/Favier Prospero, per conto della società AMAT, l’azienda che gestiva in quel periodo il servizio pubblico in città, che gli avrebbe consentito, in pochi minuti, di raggiungere il quartiere dello Sperone. Gli venne in mente, tuttavia, che non aveva neanche una lira in tasca, e che non avrebbe potuto pagare neanche il biglietto per una corsa semplice, ma non se ne curò. Turiddu pensò, infatti, che sarebbe potuto essere uno dei tanti utenti “portoghesi” che quotidianamente utilizzano gli autobus del servizio pubblico in funzione nella città di Palermo, senza pagare alcunché e prendendosi gioco, certe volte, di alcuni addetti al controllo.
«E s’acchiana ù cuntrulluri?», pensò preoccupato.
«Ma sì, minni futtu! Rapu a puorta ri rarrieri e scinnu! Chi cazzu mi può diri? Tantu unnè sbirru e un m’assicuta!» Così fece.
Salì sull’autobus numero trentuno che si trovava parcheggiato nei pressi del capolinea, a circa venti metri di via Paolo Balsamo; si sedette in uno dei sedili posteriori. Aspettò pochi minuti e l’autobus partì alla volta dello Sperone. Lungo il tragitto che il bus urbano stava percorrendo per raggiungere lo Sperone, gli venne in mente che forse aveva esagerato con sua moglie. Lei era stata sempre un’ottima moglie, sempre amorevole nei suoi confronti, che non gli aveva mai fatto mancare nulla. Piera era, dopo sua madre, l’unica donna al mondo che l’avesse voluto bene.
«Sì! Ma unnè mè matri!»
Facendo questa considerazione, rifletté sul fatto che una donna, a lungo andare, si potesse stancare di un uomo come lui, che con il suo comportamento minava le fondamenta del rapporto di coppia, malgrado Piera, in tutti questi anni, gli avesse sempre dimostrato di amarlo incondizionatamente.
L’autobus su cui viaggiava, fra vari rollii e scossoni, dopo circa dieci minuti di tragitto, giunse finalmente in via Giuseppe Di Vittorio. Turiddu suonò il campanello ubicato a pochi centimetri dell’anta di sinistra della bussola, per segnalare all’autista che sarebbe dovuto scendere alla fermata successiva e, all’apertura della medesima bussola, saltò fuori dal mezzo pubblico su cui aveva viaggiato gratuitamente. Si trovò di fronte un casamento di cinque piani, in cemento armato, senza intonaco nel prospetto laterale sinistro e destro, e con il prospetto frontale e posteriore definito con dei mattoni in cotto, di colore rosso, che dividevano dei piccoli balconi aggettanti. Turiddu notò che, in molte delle inferriate dei balconi dei vari appartamenti di quel fabbricato, ed esattamente nel prospetto frontale, gli abitanti del luogo avevano installato numerose antenne paraboliche che, secondo il suo giudizio critico, appesantivano ulteriormente l’architettura già carente e fatiscente di quello stabile. Si avvicinò all’androne condominiale e suonò al citofono su cui era indicata la scritta “MONCADA Rosaria”.
Nessuno rispose. Suonò nuovamente, ma nessuno rispose. Dopo cinque minuti di aver suonato con insistenza al citofono, un uomo gridò dal balcone del quarto piano: «Où! Hai rotto il cazzo! A cù cierchi?» disse con aria minacciosa quell’ignoto individuo.
«Scusa, pensavo che non funzionasse! Pì casu c’è à zì Sarina, o Piera?»
«Cu minchia sunnu? Viri runni agghiri a faritilla ficcari ‘nto culu!»
Non replicò, timoroso della probabile ritorsione di quell’uomo e di tutti gli altri condomini di quello stabile decrepito; fece marcia indietro e andò via, a piedi, continuandosi a girare e rigirare pensando che qualcuno fosse sceso giù per le scale di quel fabbricato e che lo stesse inseguendo. Se ne ritornò a casa con lo stesso mezzo con cui era giunto allo Sperone. Dopo essere rientrato a casa, esausto, si gettò sul letto matrimoniale, senza neanche spogliarsi e si addormentò, consapevole del fatto che il giorno successivo sarebbero riprese le ricerche di Piera e di suo figlio. Prima di addormentarsi, da buon cristiano quale riteneva d’essere, recitò una preghiera, farfugliando qualcosa d’incomprensibile; si fece il segno della croce, chiedendo a Dio di perdonarlo per le sue malefatte, e, dopo aver chiuso gli occhi, sprofondò in un sonno lungo, profondo e restauratore.


Nove.

Erano trascorsi sei mesi dal giorno in cui Piera era andata via di casa unitamente al piccolo Marco. Turiddu, benché li avesse cercati in lungo e in largo in diversi quartieri di Palermo, si rassegnò all’idea che, forse, non li avrebbe mai più rivisti. Anche Turiddu aveva lasciato il quartiere Ballarò, e il vicolo, dove viveva con Piera e il loro bambino da sposato, per timore di ritorsioni da parte dello zù Momo e della sua amante, la zì Tina. Per Turiddu era stato difficile accettare questa cruda realtà, ciò allontanarsi dal quartiere in cui era nato e cresciuto, e in cui vivevano sua madre e i suoi fratelli, per recarsi in un’altra località di Palermo, ma vi era stato costretto. Aveva trovato un bilocale, di nuova costruzione, nei pressi dell’Acquasanta, a pochi metri dal locale porticciolo, che aveva preso in affitto a duecentocinquantamila lire il mese. Pur non sapendo nuotare, non capiva come mai la sua anima fosse tanto attratta dal blu del mare, dal mare in tempesta, dalle onde spumeggianti. Pensò che forse in una vita precedente potesse aver avuto un rapporto diverso con il mare, questa vasta distesa di acqua salata convergente con i continenti e connessa con un oceano.
Pensò che forse, centinaia di anni prima, o migliaia di anni addietro, in una vita precedente, potesse essere stato un pescatore, o un maestro d’ascia, o un marinaio. Non lo sapeva con esattezza, ma qualcosa gli diceva che lui con quell’elemento, l’acqua marina, avesse avuto una connessione forte. Si ricordò, solo allora, di quel sogno che fece da bambino, durante il quale aveva rivissuto gli attimi in cui era morto annegato, perché precipitato da un piroscafo e/o un bastimento che solcava l’oceano forse in direzione del “Nuovo Mondo”. Turiddu si ricordò anche di come fosse rimasto traumatizzato da quel sogno e da quell’evento nefasto, e della risposta fornitagli da sua madre, la mattina seguente, quando glielo aveva raccontato. Nannarella, infatti, gli aveva detto:
«E se non fosse un sogno? Se tu quella scena l’avessi realmente vissuta? Figghiù mio la vita è un mistero! Pì mia i sogni sunnù i ricordi ra nostra anima. Nun ti scantari! È passato! Vieni qua, abbracciami!»
Dopo le minacce ricevute dallo zù Momo in seguito all’allontanamento volontario di Piera da Ballarò, Turiddu si era cercato un lavoro stabile e, soprattutto, aveva smesso di bere e di rovinarsi la vita. Voleva cambiare, migliorare; non voleva che ripetesse tutti quegli errori del passato che gli erano costati l’affetto di Piera e del suo bambino. A questo repentino cambiamento di vita non c’era arrivato in poco tempo, ma solo dopo cinque mesi che Piera se ne era andata di casa, e grazie all’aiuto di Fra Diego, appartenente all'Ordine dei frati predicatori, sorto agli inizi del XIII secolo in Linguadoca a opera dello spagnolo Domenico di Guzmán con il fine di lottare contro la diffusione del catarismo, la più importante eresia medievale, il quale era solito dire messa, nei giorni feriali, nella Chiesa di Sant’Antonino, in corso Tukory. Fra Diego si era affezionato a Turiddu, che negli ultimi mesi era divenuto un nuovo parrocchiano, trattandolo come un figlio, mosso a compassione dalla sua triste vicenda umana, e perché costrettovi dal giuramento prestato di alleviare le pene delle anime altrui. Fu così che un giorno del mese di settembre del 1990, dopo la confessione di Turiddu, e finito di celebrare la messa, Fra Diego chiamò in disparte Turiddu e gli disse che era pronto ad aiutarlo, e che non si sarebbe dovuto preoccupare.
Qualche giorno dopo di buon’ora, infatti, Fra Diego si recò alla taverna di Mario, a Porta di Castro, ove era certo di incontrare Turiddu. Dopo che lo ebbe incontrato, gli disse di presentarsi il giorno successivo, alle ore 07.00, nel cantiere edile sito in via Ammiraglio Rizzo, all’angolo con la Salita Belmonte, nei pressi di Piazza Acquasanta, e che lì lo avrebbe atteso il geometra Vella, un suo amico d’infanzia, il quale gli avrebbe offerto un lavoro da manovale, a patto e condizione che non avesse più alzato il gomito, che non avesse più frequentato bettole e osterie, e che si fosse deciso, con tutto il suo cuore, di voler cambiare stile di vita. Turiddu si mise a piangere, ringraziando dal profondo della sua anima il buon fraticello che il destino gli aveva messo sulla sua strada.
«Grazie parrì, nun vi scantati che nun vinni fazzu pentiri!»
Turiddu era al settimo cielo. Dal giorno seguente avrebbe ricominciato a vivere. Trascorse la notte a casa di un amico, cui aveva garantito un lauto compenso se lo avesse ospitato per quella notte e gli avesse garantito una doccia, una barba, e un paio di calzoni e una camicia puliti. Quella notte recitò due ave Maria e un Padre Nostro, cosa che non aveva più fatto dalla Prima Comunione; si addormentò come un angioletto. Si risvegliò alle 05.00 del mattino, al cantar del gallo, pronto per combattere nuovamente, consapevole del fatto che il destino gli avesse dato un’altra chance di salvezza, spirituale, psicofisica.


Dieci.

Erano trascorsi circa cinque anni dal giorno in cui Turiddu fu assunto al cantiere edile sito fra la via Ammiraglio Rizzo e la Salita Belmonte, nei pressi di piazza Acquasanta. Da quel giorno la sua vita era cambiata radicalmente. Aveva affinato e arricchito il suo bagaglio tecnico-professionale quale operaio edile specializzato, attraverso numerose esperienze lavorative che aveva avuto modo di fare con la società che l’aveva assunto, lavorando presso numerosi cantieri edili ubicati in provincia di Palermo e anche in altre realtà dell’isola. Di lui i colleghi dicevano che era un ottimo muratore, che non si tirava mai indietro, che era il primo ad arrivare sul posto di lavoro, e l’ultimo ad andarsene. Era considerato uno degli operai più importanti della ditta edile Vella. Il geometra Vella, che lo aveva assunto su richiesta di Fra Diego, lo aveva pian piano apprezzato sia come uomo sia come operaio, arrivando ad avere una fiducia cieca sul conto di quel suo dipendente. Il Turiddu di una volta non esisteva più; era stato sepolto nella memoria di quanti lo avevano conosciuto sino a cinque anni addietro. Di Piera e di suo figlio, tuttavia, Turiddu non né aveva avuto più notizia, malgrado si fosse rivolto ai fratelli e ai cugini di lei, in diverse circostanze di tempo. Nessun membro della famiglia Casamento, antico casato palermitano i cui ultimi rampolli avevano eletto il loro domicilio nel quartiere Boccadifalco di Palermo, che aveva dato i natali a individui ignoranti e reazionari, fra cui anche il papà di Piera, di cui Turiddu aveva un’ottima considerazione, voleva dargli alcuna informazione, né alcuna spiegazione, circa il luogo dove si trovassero sua moglie e suo figlio, e soprattutto chiarirgli il perché Piera, sebbene Turiddu fosse cambiato, non volesse più incontrarlo, dargli un’altra chance.
Turiddu non aveva insistito più di tanto, timoroso di qualche ritorsione da parte dei familiari di Piera, che sicuramente erano stati informati da sua moglie circa quei due anni d’inferno che, poveretta, era stata costretta a trascorrere al suo fianco quando ancora abitavano nel quartiere Ballarò, nei pressi dell’abitazione dello zù Momo e della zì Tina. I giorni e i mesi senza Piera e il bambino trascorrevano velocemente. Era un mercoledì di fine aprile dell’anno 1995. Turiddu si accingeva a terminare il suo turno di lavoro. Dopo aver salutato i colleghi di lavoro, e il signor Vella, per il quale Turiddu nutriva un forte sentimento di venerazione e devozione, in considerazione che era stato l’uomo che gli aveva aperto le porte del mondo del lavoro, facendogli cessare, di fatto, il vezzo di ubriacarsi, varcò il cancello che chiudeva il cantiere edile, lasciandosi alle spalle una dura giornata lavorativa.Uscito dal cantiere, Turiddu si diresse, a piedi, verso la Via Pecori Giraldi Guglielmo, nel quartiere Settecannoli, a trenta metri dal cancello di ferro che chiudeva il cantiere edile in cui lavorava, arteria stradale in cui aveva lasciato in sosta, intorno alle ore 07.00 di quel giorno, e prima di iniziare il suo turno di lavoro, la sua moto, una Piaggio Vespa, di 150 cc, che il buon Dio gli aveva dato la possibilità di acquistare, qualche anno prima. Quella moto a Turiddu era costata non poca fatica. Aveva dovuto risparmiare tre anni, senza mai concedersi uno svago, per racimolare duemilioni e cinquecentomila lire che gli servirono un giorno del mese di giugno del 1993, per recarsi dal concessionario Piaggio a lui più vicino e acquistare quel gioiellino, nuovo fiammante, pagandolo in denaro contanti. Quella moto era stata il suo primo mezzo di locomozione, oltre le sue gambe, e il primo bene di sua proprietà, e, a parte la salute e l’aria che respirava, la prima cosa che avesse realmente posseduto dalla nascita. Si prendeva così cura della sua moto, che a volte evidenziava una passione quasi maniacale per quel mezzo di locomozione.
Turiddu salì sul sedile della sua moto, pronto per partire. Tolse il cavalletto. Accese il motore e diede gas a manetta facendo per un po’ di strada impennare la ruota anteriore. L’aria era serena, e il sole ancora splendeva alto in cielo, malgrado fossero le 17.00. In quegli anni di sacrifici era dimagrito quasi venti chili, e aveva messo su molta massa muscolare, quella che non aveva avuto in quegli ultimi anni in cui si era dato perdutamente all’alcol e ai cibi di strada, fra cui, ricordava con non poco rammarico, la frittola, ù mussu, e ù pani cà meusa. Durante il duro lavoro in cantiere aveva scoperto di avere dei muscoli che fino a qualche anno addietro pensava di non possedere. Non si poteva considerare un atleta, ma, come diceva lui, era riuscito in cinque anni di duro lavoro a sviluppare quel fisico da operaio forte e temprato che in tanti anni “i padroni” avevano imparato a temere e a rispettare. Turiddu viaggiava sereno a bordo della sua amata moto, come se il mondo non esistesse più. Giunto all’altezza di piazza Sperone, all’angolo con via Armando Diaz, una pattuglia dei Carabinieri, ferma lì per un posto di controllo che ai militari dell’Arma era stato ordinato di svolgere dai loro superiori gerarchici, fra i compiti cui dovevano assolvere durante il turno di servizio, notando Turiddu a bordo della sua moto, e scambiandolo per un pericoloso omicida, dedito anche al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, gli intimò l’alt.
Alla vista della paletta d’ordinanza alzata, Turiddu, malgrado fosse in regola con i documenti di circolazione, decise di eludere il controllo di quella Forza di Polizia, schivando il militare selettore e procedendo a forte velocità in direzione di via Messina Marine. I militari dell’Arma si posero all’inseguimento di quel tale viaggiante a bordo di quella Piaggio Vespa, di colore bianco, aventi paritetiche caratteristiche costruttive di quella che la centrale operativa del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo né aveva diramato le ricerche.
«Che minchia staiu facennu?» disse Turiddu fra sé e sé, consapevole che quella bravata gli sarebbe costata parecchio.
Turiddu correva a bordo della sua moto come un pazzo forsennato; quella sua folle corsa, verso un’improbabile libertà, che contro ogni logica aveva deciso di intraprendere, e nel corso della quale per poco non aveva investito un paio di persone, lo fecero giungere, finalmente, all’altezza dell’intersezione fra la via Armando Diaz e via Messina Marine, che, secondo il suo cervello bacato, gli avrebbe ben presto fatto guadagnare l’impunità. Svoltò a sinistra, senza guardare e incurante di chi veniva da destra, avendo alle calcagna quegli sbirri maledetti, quando un autoarticolato, proveniente dalla Bandita, lo travolse facendolo precipitare a circa cinquanta metri dal punto d’impatto. Il buio calò improvvisamente davanti ai suoi occhi. La sua anima era stata spazzata fuori dal suo corpo come una palla di cannone esplosa sul campo di battaglia. Non aveva capito che cosa fosse successo sino a quando non vide, dall’alto verso il basso, il suo corpo straziato sul ciglio della strada in una pozza di sangue. Al suo funerale Piera non partecipò, non avendolo, sebbene lo avesse amato tanto in passato, mai perdonato per tutte le vessazioni e le angherie che le aveva fatto subire in quei due anni d’inferno quando risiedevano a Ballarò. Turiddu fu seppellito al cimitero dei Rotoli, nella nuda terra; sul cumulo di terra che copriva la sua bara, sua madre e i suoi fratelli conficcarono una croce di legno di poco valore, così come la vita che il povero Turiddu aveva trascorso su questo piccolo frammento di polvere cosmica, che noi tutti da sempre abbiamo imparato a chiamare “la nostra madre Terra”.


Undici.

C’è un luogo nell’Universo multidimensionale in cui le anime trovano rifugio alla fine della loro precedente vita. E’ un luogo di transizione, ma anche di momentanea sosta, di meditazione.
L’anima del defunto, che sia essa giovane o millenaria, troverà, in questo enorme serbatoio di energia spirituale, il modo e il tempo necessario per riuscire a metabolizzare il trapasso dalla vita alla morte. In genere l’anima del defunto non è mai sola durante il tragitto che deve percorre dalla vita terrena, materiale, labile, a quella nell’aldilà, metafisica ed eterna, priva di quei lacci e laccioli che il corpo umano gli pone, quando si trova reincarnata sulla Terra o su un altro corpo celeste della Galassia, sottoforma di ostacolo fisso, che né limitano, di fatto, la sua capacità d’agire e di concepire l’Universo in cui si è momentaneamente reincarnata. L’anima, questa forma di energia spirituale e divina, che tutto conosce, giacché svincolata dal concetto fisico di spazio e di tempo, è spesso accompagnata in direzione della Luce eterna da un parente o da un amico defunto, da un’entità angelica che si prende cura di lei durante il trapasso da uno stadio all’altro dell’essere, accompagnandola, mano nella mano, verso quella fonte luminosa che tanto l’attrae, in cui si perfeziona il concetto universale di amore di Dio, fonte di energia che splende, in maniera abbacinante, oltre la soglia di confine, o soglia di ascensione.
«Che cosa è successo?» mi chiesi, frastornato da tutte quelle emozioni che avevano saturato la mia mente poco prima di esalare l’ultimo respiro.
«Maria! Maria! Muriu! Muriu! Puvirazzu!» disse un uomo.
«Chiamati n’ambulanza, curriti, curriti!» dissero alcune persone all’unisono, che guardavano il cadavere di Turiddu Scarpinato, verso in posizione prona, o ventrale, sul margine destro della carreggiata di via Messina Marine.
Pochi minuti e arrivò, sirene spiegate, un’autoambulanza del vicino Pronto Soccorso dell’Ospedale “Buccheri La Ferla”. Intanto la pattuglia dei Carabinieri che si era posta all’inseguimento del presunto malvivente aveva allertato la Centrale Operativa del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo che, nel frattempo, aveva richiesto alla Questura di Palermo l’invio sul luogo del sinistro di una pattuglia della Pubblica Sicurezza, affinché si potesse procedere a eseguire i rilievi tecnici del caso e stabilire la dinamica del sinistro ed eventuali responsabilità penali e civili. L’equipe medica giunta sul luogo del sinistro annotò nel referto lo stato di decesso e l’assenza di alcuna attività cerebrale (EEG). Ciononostante, inspiegabilmente, avevo continuato ad avere la percezione visiva e sonora di quello che stava accadendo attorno a me. Mi ritrovai a circa quattro metri dal cadavere di Turiddu Scarpinato e guardavo, non sono in grado di dirvi come e perché, tutta la scena che si svolgeva attorno a quel corpo martoriato, dall’alto verso il basso. Avvertivo una piacevole sensazione di calore che avvolgeva il mio spirito, e un grande senso di pace. A questo punto mi ritrovai, non so dirvi come, di fronte ad un tunnel alla fine del quale vi era una luce splendente, o qualcosa di simile. Udii un sibilo, o una specie di vibrazione elettrica, o un ronzio, non sono in grado di dirvi con esattezza che cosa fosse realmente, mentre mi accingevo a varcare “quel portale” ed entrare, spinto da una forza soprannaturale, in una nuova sfaccettatura della realtà o dell’essere. Varcato il tunnel, incontrai degli “esseri” dotati di corpi luminosi ed eterei, che brillavano di una luce abbacinante; la luce saturava tutto l’ambiente in cui mi trovavo. Fui inondato allora di un sentimento d’amore immenso, proveniente da quella luce irradiata da quegli strani “esseri”, mai provato prima sulla Terra. Mi sembrò allora che sia la luce sia l’amore che infondevano quegli esseri fossero la stessa identica cosa. In quei frangenti mi sembrò di rivivere e rivedere le azioni buone e cattive compiute fino a quel momento, percependo immediatamente l’effetto che esse avevano procurato al mio prossimo. Al mio fianco, mentre rivedevo la mia vita come riprodotta in un film, vi era un “essere” di luce che mi poneva delle domande tese ad aiutarmi a ricordare gli eventi della mia breve esistenza. Mi resi subito conto di tutto il male che avevo procurato alla mia famiglia da cui mi ero da anni separato, e cioè mia moglie Piera e mio figlio Marco, le cui vite, stranamente, vedevo riprodotte fronte a me, come se stessi guardando un ologramma o un monitor di un personal computer. Ebbi compassione di me stesso, e chiesi perdono per quella vita infima che avevo sino allora vissuto. Mi fu concesso di rimanere nel serbatoio delle anime per il tempo strettamente necessario per riprendermi e per dimenticare quella triste esistenza che avevo sino a poco tempo prima vissuto. Gli esseri di luce mi dissero che quanto prima sarei dovuto rientrare nel congegno della metempsicosi ove sarei stato catapultato in una nuova vita. Erano trascorsi duecento anni terrestri dall’incidente occorso a cumpari Turiddu quando la mia anima entro nella macchina della metempsicosi, pronta per intraprendere un nuovo viaggio verso la redenzione, attraverso la reincarnazione dell’anima, gravata da quella Sentenza di condanna emessa a suo tempo dalla Suprema Corte Celeste. Mi feci coraggio. Entrai nel cilindro gravitazionale che mi condusse nell’universo in cui gli elettroni sono legati indissolubilmente all’atomo di riferimento, formanti quella materia che contraddistingue ognuno di noi. Un rumore assordante echeggiava nella mia mente: «Bom! Bom! Bom! Bom! Bom!»
Era il cuoricino di quella nuova creatura che si stava formando nel grembo materno, che fece sussultare quel piccolo uomo che un giorno avrei imparato a chiamare papà.
Pochi attimi e quella nuova creatura, era pronta per venire al mondo, e a far sentire a quanti lo attendevano, la sua voce forte e squillante: «Uè! ueeè, ueeeè!»
Era venuto al mondo Paolo Governale. La levatrice, per correttezza e perché era avvezza a essere pedante, annotò sul suo registro il luogo, la data dell’evento, e l’ora di nascita, scrivendo: «Oggi, il giorno del Signore Venerdì 7 settembre 1798, alle ore 21.20, a Palermo, è nato un bambino sano e robusto, che sarà battezzato con il nome di San Paolo. I genitori, Francesco Governale e Maria Bonaccorso, ringraziano questa levatrice per la professionalità profusa nelle ore precedenti e posteriori il parto.»


Dodici.

Erano trascorsi circa due mesi dalla nascita del piccolo Paolo Governale, un bel bambino che, grazie al latte materno con cui era nutrito, e ai caratteri genetici ereditati, pesava già circa sei chili. Paolo aveva i capelli di un nero intenso, e gli occhi castano chiari, come quelli di sua madre. Francesco Governale, il papà di Paolo, Ufficiale dell’Esercito Regio, di stanza a Palermo, era stato costretto a recarsi a Napoli, poiché gli eventi di fine secolo avevano profondamente turbato il Regno delle due Sicilie. Allo scoppiare della Rivoluzione Francese, nel 1789, non vi furono immediate ripercussioni a Napoli. Fu solo dopo la caduta della monarchia francese e la morte per ghigliottina dei reali di Francia, che la politica del Re di Napoli e Sicilia, Ferdinando IV, e della sua consorte, Maria Carolina d'Asburgo-Lorena (tra l'altro sorella di Maria Antonietta), cominciò ad avere un chiaro carattere antifrancese e antigiacobino. Il Regno di Napoli aderì alla prima coalizione antifrancese e cominciarono le prime, seppur blande, repressioni sul fronte interno contro le personalità sospettate di "simpatie" giacobine. Il 27 Novembre del 1798 le truppe guidate dal generale francese Louis Lemoine, del contingente inviato dalla Francia per sostenere la Repubblica Romana e quelle guidate dal colonnello Sanfilippo, del contingente inviato dal Regno di Napoli per restaurare l'autorità papale, si accingevano ad affrontarsi sul campo di battaglia fra Terni e Papigno. La forte colonna napoletana, composta da oltre 4.000 soldati e numerosa artiglieria, proveniva dalla città di Rieti, che aveva facilmente occupata, con l'obiettivo di strappare Terni al controllo francese, contando sulla scarsità di equipaggiamento e sull'irrisoria forza numerica della guarnigione.
Il generale Lemoine, in effetti, disponeva di circa 1.500 uomini, ma venne raggiunto dalla mezza brigata del generale Simon Dufresse che riequilibrò le forze in campo, poche ore prima che i napoletani muovessero da Papigno l'attacco su Terni. Invece di arroccarsi nell'inutile difesa della città, impossibile senza artiglieria, Lemoine pensò bene di tentare una sortita attaccando le truppe napoletane durante la marcia, senza curarsi della superiorità di mezzi del nemico. L'effetto sorpresa fu devastante e, dopo un'ora e mezza di combattimento, la colonna napoletana fu messa in rotta e costretta alla fuga disordinata. Rimasero in mano francese carri di vettovaglie e munizioni, tutta l'artiglieria napoletana e 400 prigionieri, tra i quali lo stesso Sanfilippo, e, per malaugurata sorte, anche Francesco Governale che dal quel dì non avrebbe più dato notizie di sé ai suoi familiari. Il 22 dicembre 1798 il re Ferdinando IV fuggì a Palermo, lasciando il governo al marchese di Laino Francesco Pignatelli, col titolo di vicario generale, e a Napoli la sola debole resistenza popolare dei lazzari contro i militari d'oltralpe. Dalle rivolte popolari, che intanto si erano estese fino all'Abruzzo, il Pignatelli però non raccolse una resistenza organizzata, e l'11 gennaio 1799 firmò l'armistizio di Sparanise, dopo che i francesi ebbero occupato Capua. Undici giorni dopo, il 22 gennaio 1799 a Napoli, i cosiddetti “patrioti napoletani” proclamarono la nascita di un nuovo Stato, la Repubblica Napoletana, anticipando il progetto francese d'istituire nel Mezzogiorno napoletano un governo d'occupazione. Il comandante francese Jean Étienne Championnet entrato nella capitale approvò le istituzioni dei patrioti e riconobbe il farmacista Carlo Lauberg capo della repubblica. La Famiglia Reale arrivò a Palermo accolta dal popolo siciliano. Il poco tempo passato da Re Ferdinando nell'isola fu caratterizzato dalla caccia e dal pensiero di riconquista della sua amata Napoli[7]. Il 7 maggio del 1799 le truppe francesi furono richiamate nel Nord Italia, lasciando sguarnita la capitale. Approfittando dell'occasione, il cardinale Fabrizio Ruffo mise insieme il cosiddetto Esercito della Santa Fede composto da 25.000 uomini e supportato dall'artiglieria inglese. Dopo una rapida risalita della Calabria, i sanfedisti si ricongiunsero ai lazzari capeggiati dal bandito Fra Diavolo nella riconquista di Napoli, determinando il crollo della Repubblica Partenopea. Sul finire dell'estate del 1799 gli ex giacobini catturati ed imprigionati erano 1396. Il governo di Napoli era stato affidato intanto da Ferdinando IV al cardinale Fabrizio Ruffo, eletto con l'occasione luogotenente e capitano generale del Regno di Sicilia citeriore, con un titolo che anticipò ufficiosamente la futura denominazione di Regno delle Due Sicilie che prima Murat e, dopo il congresso di Vienna, Ferdinando IV, utilizzarono per designare il regno. La monarchia restaurata, in cerca del sostegno incondizionato del clero, vistasi minacciata dalle innovazioni giuridiche e amministrative che in parte gli stessi Borbone avevano portato a Napoli già dal XVIII secolo, fu caratterizzata da una svolta oscurantista: mise subito in pratica i propri disegni politici anche con l'eliminazione fisica dei principali esponenti repubblicani e con l'ostracismo verso chi aveva guadagnato celebrità durante la repubblica. Allo stesso tempo, per ricondurre entro la nuova politica conservatrice anche i sacerdoti e i monaci che, su posizioni più o meno gianseniste, avevano precedentemente aderito alla rivoluzione, il nuovo governo incaricò, con dispacci e lettere ufficiali, direttamente i vescovi di controllare tutti gli istituti religiosi delle rispettive diocesi affinché ovunque fosse rispettata l'ortodossia tridentina. Il 27 settembre 1799 l'esercito napoletano conquistò Roma mettendo fine all'esperienza repubblicana rivoluzionaria anche nello Stato Pontificio, insediando quindi il principato del Papa. Nel 1801 gli interventi militari napoletani, nel tentativo di raggiungere la Repubblica Cisalpina, si spinsero fino a Siena, dove si scontrarono senza successo con le truppe d'occupazione francesi di Gioacchino Murat. Alla sconfitta delle truppe borboniche seguì l'armistizio di Foligno, il 18 febbraio 1801, e in seguito la pace di Firenze tra i sovrani di Napoli e Napoleone; in questi anni furono varati anche una serie di indulti che permisero a molti giacobini napoletani di uscire dalle carceri. Con la pace di Amiens invece, stipulata dalle potenze europee nel 1802, il Mezzogiorno e la Sicilia furono provvisoriamente liberate dalle truppe francesi, inglesi e russe, e la corte borbonica tornò ad insediarsi ufficialmente a Napoli. Due anni più tardi furono riaperte le porte del regno ai Gesuiti, mentre già dal 1805 i francesi tornarono ad occupare il regno, stanziando in Puglia un presidio militare. Alla fine del mese di settembre 1814 Paolo Governale, quando aveva da poco compiuto sedici anni, fu affidato da suo nonno materno, che si era preso cura di lui sino a quell’anno, alle cure amorevoli dei Gesuiti di Casa Professa. L’infanzia di Paolo era stata alquanto difficile, costellata da mille e più difficoltà, sacrifici e privazioni cui, purtroppo, doveva soggiacere un bambino orfano di padre. Presso i Gesuiti Paolo rimase a vivere sino al mese di Marzo del 1820, all’età di ventuno anni e sei mesi. In tutti quegli anni ricevette un’ottima educazione dai Gesuiti, i quali gli avevano insegnato, fra l’altro, ad avere una grande fede nel volere di Dio; i Gesuiti erano anche riusciti a modellare, e a temprare, quel carattere rude e violento che negli anni successivi, avrebbe consentito a Paolo di contraddistinguersi fra i suoi concittadini, facendolo diventare uno dei maggiori protagonisti dei moti rivoluzionari che segnarono la città di Palermo nel 1820, in virtù delle sue irreducibili idee riformistiche. Paolo, benché fosse stato per tutti quegli anni sotto l’influenza del pensiero religioso e politico dei padri gesuiti, i dottori della Chiesa, che lo avevano accudito amorevolmente, come se fosse stato un loro figlio, non riuscì a non farsi influenzare da alcune sue amicizie vicine ad ambienti carbonari e massonici, che lo portarono, ben presto, anche sull’onda dell’entusiasmo che ferveva nei cuori dei giovani suoi coevi, di rivalsa avverso alle autocrazie, a combattere in prima persona nel nome della libertà. La soppressione formale del Regno di Sicilia, che fu sottomesso a Napoli e cancellato dai Borbone, fece nascere in tutta l'isola un movimento di protesta e il 15 giugno 1820 gli indipendentisti insorsero (nelle mani degli insorti caddero circa 14.000 fucili dell'arsenale di Palermo) guidati da Giuseppe Alliata di Villafranca. Venne istituito un governo a Palermo (18-23 giugno), presieduto dal principe Paternò Castello, che ripristinò la Costituzione siciliana del 1812, con l'appoggio degli inglesi. Il 7 novembre 1820 il re Ferdinando inviò un esercito (circa 6.500 soldati i quali si aggiunsero agli altrettanti di guarnigione nella parte orientale della Sicilia non in rivolta) agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) che riconquistò la Sicilia con delle lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta, risottomettendo la Sicilia a Napoli. Il generale Pepe non agiva di certo per sua iniziativa, ciononostante, fu sconfessato da Napoli, Re e Parlamento napoletano compreso. Si dimise, lasciando il comando, provvisoriamente, al suo luogotenente, principe di Campana, che iniziò arresti tra i ribelli. Venne inviato da Napoli, il 7 novembre 1820, il nuovo comandante militare della spedizione in Sicilia, il generale Pietro Colletta. Questi molto pragmaticamente, fece giurare la fedeltà alla costituzione spagnola e indisse le elezioni per il Parlamento di Napoli, che ancora non si erano tenute a Palermo e provincia. Non risolse granché, perché gli eletti palermitani si rifiutarono di partire per Napoli. Intanto, tra le decisioni prese dal nuovo Parlamento della città partenopea, vi fu la ridefinizione delle nuove strutture amministrative provinciali e comunali, ma, soprattutto, nuove leggi sulla libertà di stampa e di religione. E fu proprio quel fatidico dì del 7 novembre del 1820 che Paolo, imbracciando uno di quei 14.000 fucili sottratti dagli insorti dall’arsenale di Palermo il 15 giugno di quell’anno, si lanciò contro l’esercito del re Ferdinando, unitamente all’amico Pietro, carbonaro, e gli altri giovani suoi contemporanei che lo avevano convinto a lottare sino all’ultimo respiro, in quella cruente e sanguinosa battaglia. Gli insorti erano stati attaccati pesantemente dall’artiglieria nemica, che li aveva costretti in ritirata; sotto il frastuono dei cannoni e dei colpi dei fucili esplosi dai militari dal Reale Esercito di Sua Maestà, perirono molti giovani palermitani, fra cui anche il povero Paolo Governale, attinto in pieno petto da una pallottola esplosa da un fucile avancarica Charleville. Nella lastra tombale che copriva l’urna funeraria, i suoi amici rivoluzionari scrissero: «Qui giace il fratello carbonaro Paolo Governale, di anni ventidue, che, nel mese di novembre del 1820, nella sua amata città, Palermo, lottò contro la tirannia dei Borbone nella speranza di ottenere l’indipendenza della sua amata Sicilia dal Regno. Viva la Sicilia! Viva i siciliani! Viva la libertà!»


Tredici.

Non guardai affatto il mio corpo. Sì, sapevo bene che era là e che se avessi guardato, lo avrei visto. Sicuramente avrei visto un giovane che la morte aveva strappato troppo presto alla vita. Un giovane che era morto per nobili ideali, ma comunque morto e che da lì a poco sarebbe stato sepolto da quanti lo avevano conosciuto, da quanti lo avevano apprezzato, da quanti avevano imparato ad amarlo, così com’era, con tutti i suoi pregi e difetti. Ma non volevo guardare, non volevo proprio, perché sapevo di aver fatto del mio meglio in vita e ora volgevo la mia attenzione verso la nuova vita, la vita eterna. Mi pareva che voltarmi a guardare il mio corpo fosse come voltarmi a guardare il passato, ed ero deciso a non farlo. Rimasi per qualche tempo fuori dal mio corpo, cercando di capire che cosa mi fosse successo; mi sentii smarrito. Non riuscivo a immaginare, dove sarei andato. Pensai: «Dove vado adesso?» Ed in seguito: «Che cosa faccio?»
Mi sentii trascinare via come spinto dalla corrente di un fiume in piena. A un tratto mi accorsi di non avere più peso, che fluttuavo nell’aria, e mi sentivo d’essere una nube globulare o amorfa, anche se mi sembrava di avere ancora un corpo, dotato di testa, di braccia, di gambe, benché fosse totalmente diverso di quello che avevo avuto nel corso della mia breve vita. Il mio corpo spirituale, percepii in quei momenti, si era svincolato dal concetto fisico di tempo, di spazio. Ero diventato parte del Creato. L’Universo che avevo concepito quando ancora ero in vita, sulla Terra, mi sembrò, a un tratto, come suddiviso in più segmenti, come se fosse una cipolla affettata da poco, le cui fette erano poste magistralmente una vicina all’altra, e vincolate una all’altra da una forza d’attrazione a me sconosciuta. L’Universo, finalmente, si rivelava in tutta la sua magnificenza. Mi girai alla mia destra e mi accorsi che non ero da solo in quella nuova realtà dell’essere. A pochi metri da me vi erano altre anime di altri defunti che, come me, avevano perso la vita sul campo di battaglia, e che come me erano morti troppo in fretta, non riuscendo ad apprezzare, in pieno, la vita e le cose che ci circondavano quando eravamo sulla Terra, convinti che il nostro unico motivo di vita fosse lottare per la libertà, quella che i governi del tempo avevano cercato di toglierci. Qualcuno mi chiamò, pronunciando il nome di battesimo che i miei amati genitori avevano scelto per me il giorno del mio ingresso nella Chiesa di Cristo: «Paolo! Paolo! Non temere, dammi la mano e segui me! Sono qui con te.» Era l’anima che si era reincarnata nel corpo della mia povera mamma, morta quando io avevo da poco compiuto quindici anni; ricordai solo allora i momenti che avevo vissuto sulla Terra alla morte di mia madre. Mi ricordai del mio particolare stato d’animo, e di come mi fossi sentito abbandonato da tutto e da tutti, e in particolare, di come il mondo mi fosse crollato addosso avendo perduto, per sempre, l’unica persona al mondo che mi capiva, che mi ascoltava, che era riuscita sempre a farmi rialzare, sebbene le mie innumerevoli cadute. Di quel giorno in cui mamma morì, ricordai, all’improvviso, anche di come il nonno Giuseppe si fosse preso cura di me, dicendomi che non mi sarei dovuto preoccupare in quanto, a suo dire, non ero rimasto solo al mondo poiché vi era ancora lui, e che avrei potuto contare su di lui, un uomo tutto di un pezzo, forte come un’antica sequoia, per tutto il resto della mia vita. L’anima della mia defunta madre mi accompagnò oltre la Luce che intravedevo lungo quella galleria buia che mi accingevo a percorrere. Oltre quella soglia sarei stato giudicato per quella vita appena trascorsa. Ricordai anche di come nella mia breve esistenza vi fossero stati innumerevoli episodi di telepatia, chiaroveggenza, premonizioni. All’età di diciotto anni, mi ricordai, di aver avuto delle visioni, che a quel tempo pensavo fossero dei sogni, o meglio degli incubi, che si completavano fino a formare un quadro completo, cioè una vita passata. Vivevo queste allucinazioni anche da sveglio e quando mi accadeva, avevo l’impressione di correre all’indietro, di allontanarmi da me stesso. Alla fine, all’età di ventuno anni, ho capito che queste visioni rappresentavano la mia prima esistenza. Di questo mio passato conservai abitudini, sensazioni, capacità. La mia prima vita l’ho vissuta in Spagna, nel Cinquecento. Facevo il servitore in casa di nobili, di cui ricordo i vestiti, abiti in velluto nero con colletti di pizzo bianchi. Ero molto affezionato alla padrona di casa e alla di lei figlia, mentre non mi garbava per niente il figlio, un ragazzo svogliato, maldestro, che combinava un sacco di guai, partecipando a delle congiure e andandosi a cacciare a pasticci di cavaliere. Di quella vita da me vissuta nella penisola iberica, mi colpì che fossi morto vecchissimo. Ricordai allora, non sono in grado di dirvi il perché, che la mia padrona era morta da poco quando io mi trascinavo nel cortile del castello in cui vivevo insieme a due cani. Mi sedevo al sole, a ripensare il mio passato. Questa vita è stata un errore, non sarei dovuto nascere. In quel momento ricordai anche di quando in una mia successiva reincarnazione divenni un barbone. In quella vita ebbi un’esistenza umile, facevo il fabbro, ero sposato e avevo due figli. Un giorno sono entrati in casa mia due uomini, due malfattori: mi legarono mani e piedi, e, approfittando del mio momentaneo stato di paralisi, violentarono, come se fossero delle bestie, davanti ai miei occhi la mia povera moglie. Quando riuscii a liberarmi, li ho uccisi senza alcuna pietà. Per questo mio peccato nella vita successiva ero nato deforme. «Come sarei potuto uscire dalla ruota delle rinascite?» chiesi all’anima della mia defunta madre. L’anima che avevo interrogato in tal senso, infine mi disse: «Il fine dell‘evoluzione è il raggiungimento del sé, della scintilla divina che arde nascosta dai veli della materia: questo passaggio, ahimè così lungo e difficile, ci permetterà un giorno di uscire dalla ruota delle rinascite e di ritrovare la nostra vera natura, l‘unità che abbiamo perduto. Ti manca poco per uscire da questo processo di metempsicosi.» E infine, aggiunse:«Ricordati che sei stato condannato a reincarnati in altre tre vite, due delle quali li hai già vissuti. Nella nuova vita che ti accingi a vivere, ti raccomando, non ti fare attrarre dal male; lascia che le energie benefiche ti conducano sulla retta via…. Pensa prima di agire, non essere impulsivo, non ti lasciare condizionare dagli altri tuoi simili. Vivi per te stesso e per il fine ultimo della redenzione della tua anima. Com‘è scritto nel Corano “Iddio non imporrà a nessun‘anima pesi più gravi di quel che possa portare.”» Dopo una breve pausa di riflessione, aggiunse:«Ricordati che moristi come minerale e divenisti una pianta; moristi come pianta e divenisti animale; moristi come animale e ti reincarnasti in un uomo; perché dovresti temere? Quando diminuisti morendo? E tuttavia ancora una volta morirai come uomo per elevarti sino alla sfera degli angeli benedetti; ma che anche lo stato di angelo supererai!….Vi sono stati mille cambiamenti di forma….Guarda solo la forma presente, perché se guardi le forme del passato, ti separerai dal vero Io…. Perché dunque distogliere il volto della morte? Poiché lo stadio successivo è sempre stato migliore del primo. Muori felicemente e guarda davanti a te per assumere una nuova e migliore forma. Devi morire prima di migliorarti. Al pari del Sole, solo se sei giunto all‘occidente, puoi di nuovo sorgere fulgido nell‘oriente.» Furono le ultime parole che udii. Mi reincarnai in una nuova vita.
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[1]Cfr. "La vita in Palermo cento e più anni fa" di Giuseppe Pitrè. "Il dì 26 Maggio 1783 «la Deputazione delle strade, protetta dal Vicerè, mandava buon numero di manovali e di fabbri ferrai, i quali alla militare assaltarono contemporaneamente tutte le piazze di grascia della città ed altre contrade e vie nelle quali sono botteghe di venditori di annona, e riformano in guisa da contro le leggi civiche sporgono.
[2] Cfr. "La vita in Palermo cento e più anni fa" di Giuseppe Pitrè.
[3] Punciuta è un termine in lingua siciliana che significa puntura e dà il nome al rito d’iniziazione per i membri di Cosa nostra. L'iniziato è condotto in una stanza alla presenza del rappresentante della famiglia e di altri semplici uomini d'onore. Uno dei momenti chiave, da cui la cerimonia prende il nome, è la puntura dell'indice della mano che l'iniziato utilizza per sparare con una spina di arancio amaro o, secondo il clan mafioso, con un'apposita spilla d'oro. Il sangue fuoriuscito è usato per imbrattare un'immaginetta sacra cui in seguito è dato fuoco mentre il nuovo affiliato la tiene tra le mani e pronuncia un giuramento solenne: "Giuro di essere fedele a cosa nostra. Se dovessi tradire le mie carni, devono bruciare come brucia questa immagine". In seguito, sono letti i cosiddetti "comandamenti" che dovranno essere rigorosamente rispettati.
[4] Sulla data di costruzione, il prof. La Duca, nella “Città perduta”, espone i dubbi tuttora esistenti: infatti Gaspare Palermo, nella sua Guida, annota che ne fu autore il viceré Marcantonio Colonna, nel 1580, mentre il Villabianca, in Palermo d'oggigiorno, cita come anno d’inizio il 1583 e come anno di completamento il 1595. La Duca ritiene che fu Marcantonio Colonna ad avere l'idea di costruire questa strada contemporaneamente al prolungamento del Cassaro sino al mare, e che essa fu realizzata in seguito. Fatto sta che, alla fine del XVI secolo, esisteva già una "via diritta che conduceva dalle falde del Monte Caputo sino al mare, attraversando la città. La strada , larga e ombreggiata dagli alberi fatti piantare dal pretore Aleramo del Carretto per proteggere dal sole i monrealesi che andavano e venivano da Palermo, giungeva sino alla scala di Monreale. Doveva essere bella e grande se i palermitani la chiamavano "lo stradone" e vi si recavano a passeggiare. E se la memoria popolare - che è memoria storica - ne ha conservato per secoli il ricordo, come testimonia un "cantu di carretteri", certamente tramandato da padre in figlio, che dice: "Che bedda chista via di Monriali. / Ci su li chiuppi filari fileri / e 'intra lu mezzu li quattru funtani/ pi l'arrifriscu di li passeggeri. "Li quattru funtani" a cui la nenia popolare si riferisce - e che erano in realtà cinque - furono costruite nel 1630, quando il viceré Francesco Fernandez, duca di Albuquerque, completò la costruzione della strada e, per il ristoro dei passeggeri, la fece ornare di artistiche fontane di pietra di Billiemi su disegno dell'architetto Mariano Smiriglio. Di esse una sola è sopravvissuta: la seconda, detta "fontana dei Dragoni", che si trova accanto all'Educandato "Maria Adelaide", di fronte all'Albergo delle Povere (e perciò fu detta anche "dell'Albergo"). E' posta al centro di una esedra, chiusa da una provvidenza cancellata in ferro battuto , aggiunta in epoca posteriore. Di là di questa, circondata da un sedile semicircolare in pietra, l'imponente vasca di forma ovale, adorna ai due lati di due massicci dragoni dalle ali spiegate, che sembrano volersi affrontare. Delle altre si ha solo qualche notizia dalle descrizioni degli storici e da qualche antico disegno. La prima era situata nel piano di Santa Teresa (oggi piazza Indipendenza): aveva nel mezzo una colonna, sostenuta da quattro leoni dalla cui bocca fuoriusciva l'acqua, e terminava con una torre, dalla cima della quale uscivano quattro getti d'acqua. La terza sorgeva accanto al convento della Vittoria (oggi Caserma "Tukory"). Circondata da un anfiteatro, ornata di marmi bianchi e pietre grigie, era strutturata a forma di scalinata, lungo la quale scendeva l'acqua che andava a raccogliersi dentro una conca. La quarta era all'inizio della strada dei Cappuccini (oggi via Pindemonte) contornata da sedili, circondata da pioppi, cipressi e altri alberi ombrosi, offriva frescura e riposo a quanti vi si spingevano nelle loro passeggiate. La quinta, detta "fonte della Scaffa", era quasi al termine della strada.
[5] Una famiglia, nel gergo della criminalità mafiosa, è un'organizzazione criminale, a capo delle quali vi è un capofamiglia, detto in lingua inglese boss. Questo tipo di aggregazioni criminali, composte da elementi criminali che hanno tra loro vincoli o rapporti di affinità, i quali si riconoscono in un capo e si danno una struttura gerarchica per riuscire a controllare tutti gli affari leciti e illeciti della zona dove operano. Sono tipiche di Cosa Nostra e delle sue ramificazioni negli Stati Uniti («Cosa Nostra americana»), dove mafiosi siciliani emigrati alla fine del XIX secolo si aggregarono pure in Famiglie e si diedero la stessa scala gerarchica che avevano in Sicilia. In tale ambito sono più specificamente chiamate cosche.
[6] Nato come borgata marinara, fu, fino al secondo dopoguerra, frequentata come area balneare, con stabilimenti dei primi del '900 e servita, fra l'altro, da un'antica linea tramviaria. A partire dagli anni Sessanta, e ancor più negli Anni Settanta e Ottanta, fu oggetto di un'intensa attività edilizia, eliminando ogni soluzione di continuità col resto della città. In particolare furono realizzati numerosissimi insediamenti di edilizia popolare, facendo assumere al quartiere caratteristiche simili alle altre aree della periferia depressa di Palermo quali Borgo Nuovo, il CEP e lo ZEN. La pesante incidenza della povertà fra le famiglie, evidenti fenomeni di disagio sociale, dispersione scolastica e criminalità, la scarsa manutenzione dei "palazzoni" e la mancanza di servizi essenziali, hanno reso l'area gravemente degradata, a dispetto di diversi interventi di riqualificazione urbanistica e dell'impegno delle istituzioni scolastiche e del volontariato. A tutt'oggi, sono in atto vari PRU (Piani di Riqualificazione Urbanistica), i cui progetti esecutivi sono già stati realizzati, ma per nessuno dei quali, dopo vari anni, è stato mai dato il via ai lavori.
[7] I siciliani, inizialmente soddisfatti delle assicurazioni date da Ferdinando nel discorso di apertura della sessione parlamentare del 1802 riguardo alla sua intenzione di mantenere la corte a Palermo, concessero al sovrano donativi ingenti. In realtà Ferdinando e la sua corte non desideravano altro che tornare a Napoli e, nel giugno del 1802, appena gli accordi con Napoleone lo resero possibile, partirono alla volta del continente. Quando però i reali di Borbone ritornarono a Palermo nel 1806 a causa dell'invasione francese, l'atmosfera che li accolse fu tutt'altro che festosa, non volendo il popolo siciliano sottostare al loro predominio. Ferdinando, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano, domandando personalmente aiuti adeguati per la tutela del regno minacciato dai francesi, ma la rivolta esplose nell'isola. Lord William Bentinck, comandante delle truppe britanniche in Sicilia, impose a Ferdinando di promulgare la Costituzione, mentre il figlio Francesco fu nominato reggente, il 16 gennaio 1812, e un nuovo governo fu insediato con i notabili siciliani. Dopo il Congresso di Vienna del 1815, con la restaurazione dei monarchi europei sui troni che avevano perduto durante l'epoca napoleonica, Ferdinando ottenne la restituzione del Regno di Napoli che aveva perduto nel 1806. Il sovrano, l'8 dicembre 1816, unì il regno continentale a quello siciliano e istituì, così, il Regno delle Due Sicilie, assumendo il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie; poco dopo, però, la capitale del nuovo stato fu spostata a Napoli.

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