"I ru viddrani" di Francesco Toscano - Capitolo Quarto.

18 maggio 2014.


I ru viddrani

di Francesco Toscano

Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.

Quattro.


U zu Peppino e za Pina, dopo aver chiuso la porta di casa e lasciato per strada Domenico Sinatra, immerso nei suoi pensieri e nei suoi farraginosi ragionamenti su come dovesse fare per rientrare in possesso del suo piccolo tesoro, quasi tre chili d’argento e ottocento grammi d’oro, si accomodarono in soggiorno, locale attiguo alla cucina, e all’unica stanza da letto della loro modesta residenza.
Cominciarono, solo allora, a dissertare sul perché quell’uomo, che sovente trascorreva la sua quotidianità in solitudine, lontano anni luci dalla vita di paese e dagli altri “viddrani”, avesse deciso di raccontare loro la sua triste vicenda umana.
Fortunatamente per loro, la sventura o la iattura che Mimì si portava al seguito, non aveva intaccato la loro serenità familiare. Pina chiese a suo marito come avessero potuto aiutare Mimì a riprendersi tutto quell’oro e tutto quell’argento, asportatogli subdolamente dalla sua badante rumena che, ricordavano, Mimì amava in maniera viscerale, anche se quell’amore era più il frutto di un sentimento paterno che la sommatoria di desideri lascivi.
Si rammentarono, nel frattempo, di come Mimì fosse cambiato dopo la morte di sua moglie; i due si abbracciarono teneramente, ringraziando Iddio di averli lasciati vivere insieme per tutti quegli anni.
U zu Peppino e a za Pina si erano sposati il 18 maggio dell’anno 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale. Lui, soldato di fanteria di stanza a Messina, aveva richiesto e ottenuto un giorno di permesso dal suo Comando per contrarre matrimonio con la sua amata Pina, a suo dire bella come una rosa rossa, come il sole a mezzogiorno, dopo circa sette anni di fidanzamento, cinque dei quali vissuti lontano da lei per via della guerra.
Lei aveva atteso il suo ritorno dal fronte con tanta pazienza e amore; negli anni Trenta del Novecento, durante il ventennio fascista, si erano giurati amore eterno.
Alto circa un metro e sessantacinque, corporatura esile, occhi neri, testa rasata, per via di quella peluria biancastra che gli era rimasta nel corso degli anni, che quando cresceva lo faceva apparire orribile agli occhi della sua donna, pelle bruciata dal sole, e con qualche incisivo rimastogli ancora in bocca, Peppino aveva da poco festeggiato i suoi settantacinque anni d’età.
Per l’occasione, lui e sua moglie, avevano deciso di recarsi in Francia, ed esattamente a Parigi, luogo in cui, per tutta una vita, avevano desiderato andare.
Quella era stata l’unica volta in cui Pina e Peppino non avevano pensato ai loro averi, ai risparmi di una vita fatta di stenti e di sacrifici continui, ritenendo che fosse più che giusto uscire dal comune di nascita prima di passare a miglior vita.
Si recarono così in un paese estero di cui avevano sempre sentito parlare tanto bene, in modo tale da potersi recare in quella città incantata, romantica, qual è Parigi, da loro tanto agognata; ovvero la capitale di Stato fra i vicoli e i sobborghi della quale l’amore trionfa su tutto e tutti. Pina aveva festeggiato il suo settantatreesimo compleanno durante il mese di marzo di quell’anno.
La sua vita, interamente dedicata alla campagna, sovente a raccogliere ortaggi e agrumi, le aveva ben presto reso la schiena curva, facendola apparire agli occhi degli altri ancora più vecchia rispetto alla sua reale età anagrafica.
In gioventù a za Pina era stata una bella ragazza, almeno così dicevano gli altri suoi coetanei.

Occhi celesti, carnagione chiara, corporatura normale, un seno prosperoso, gambe dritte e forti, e un corpo sinuoso, avevano fatto girare la testa a parecchi uomini; lei, tuttavia, aveva scelto Peppino, non perché fosse più bello degli altri, ma perché era stato sin da subito l’uomo che la sapeva capire all’istante, a un batter di ciglia. Ora, a quell’età, la bellezza di un tempo era scomparsa. Nessuno, a parte coloro i quali l’avevano conosciuta da giovane, avrebbe scommesso una lira sulla sua beltà giovanile.
Mentre i due anziani coniugi erano seduti sul divano del soggiorno, intenti a sentire alla radio le ultime notizie di cronaca, Pina disse al marito di chiamare Don Ciccio “ù pastranu”, loro compare d’anelli, per raccomandargli di ricevere quanto prima Don Mimì, di ascoltare le sue suppliche e di esaudire al più presto le sue preghiere, a costo di andare a cercare quella puttana di Ingrid e quello stronzo del suo uomo, sin sulla Luna.
Peppino non se lo fece dire due volte. Prese il telefono e cominciò a comporre il numero della villa di “Punta Aguglia”.
La voce di un uomo, rauca e gutturale, rispose al terzo squillo. Era quella di Fofò, il servo fedele di Don Ciccio.

Fofò disse allo zio Peppino che Don Ciccio in quel momento non era in casa, ma che se avesse voluto poteva riferire direttamente a lui. Peppino gli raccontò quello che era accaduto a Mimì, pregandolo di intercedere presso Don Ciccio affinché la vicenda venisse risolta tempestivamente. Fofò gli disse di non preoccuparsi e di considerare la cosa come già fatta, specificandogli di considerare come già restituito alla persona offesa tutto l’oro e l’argento asportatogli da quella peripatetica di Ingrid. Pur tuttavia, sarebbero passati alcuni anni da quel giorno prima che qualcuno gliel’avesse fatta pagare ad Ingrid, così rendendo giustizia a Don Mimì.

Francesco Toscano

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