"I ru viddrani" di Francesco Toscano - Capitolo Uno.

Monreale (Pa), lì 16 maggio 2014.


I ru viddrani

di Francesco Toscano


Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.


Uno.


Il sole a quell’ora del giorno si stagliava alto nel cielo terso del paese natio della zia Pina Modica e dello zio Peppino Fiorenza, oramai avanti negli anni, splendendo fulgidamente come non mai.
La nostra stella era giunta, avevano notato i due anziani consorti mentre erano seduti davanti all’uscio della porta della loro modesta abitazione, intenti a contare quanti cristiani passassero di lì, quasi allo Zenit.
Si faceva fatica a camminare per le vie del centro abitato, tanto che era necessario proteggersi gli occhi; gli abitanti del posto erano avvezzi a proteggersi gli occhi, accecati dai raggi del sole di mezzogiorno, con il dorso della mano, possibilmente la mancina, in modo tale da avere sempre la mano destra libera per prendere qualcosa o per afferrare qualcuno. Questa era la loro filosofia di vita: stai sempre in guardia se non vuoi soccombere.
Nessun “viddrano”, così com’erano soliti chiamare i loro mesti compaesani Pina e Peppino, si aggirava in quel momento per le vie del piccolo centro agricolo dell’agrigentino, un pugno di case in un territorio brullo, forse per paura di procurarsi delle ustioni, preferendo oziare all’ombra di qualche olmo ombroso o di qualche pensilina che sporgeva dai muri poco intonacati delle case che davano su Corso Italia o su altre vie.
L’aria era afosa, come spesso accade in Sicilia nei mesi estivi, e si faceva fatica ad alzare le gambe da terra: si boccheggiava.
Una vita di stenti quella vissuta dai Fiorenza; entrambi agricoltori, da qualche anno pensionati, non avevano avuto figli, benché, se fosse stato per loro, avrebbero voluto adottare tutti “gli addrevi ru paisi….”.
Il buon Dio, sostenevano i due anziani coniugi, aveva deciso di non dover dare a lei la gioia della maternità e a lui l’onore e l’onere di crescere un figlio cui, un giorno, avrebbe lasciato quanto nel corso dei suoi settantacinque anni era riuscito a racimolare.
Per Peppino era tanta roba: una casa; tre appezzamenti di terreno, uno dei quali dato in gabella, e da cui ricavava la metà del raccolto durante l’anno solare; una somma di denaro superiore ai trentamila euro, depositata in un conto corrente bancario, acceso pochi anni prima.
I due coniugi non erano avvezzi a sperperare i loro averi, preferendo spendere il necessario per la loro sopravvivenza. Mai un acquisto fuori luogo o avventato, mai una cena con amici, mai niente che potesse essere ritenuto superfluo. I due vecchi compravano solo quello che fosse veramente necessario per il loro fabbisogno giornaliero.
Parlavano poco fra loro Pina e Peppino, prediligendo assaporare le parole prima che fossero proferite dalla loro bocca, ponderando, di volta in volta, le frasi che il loro cervello ideava, componeva, e infine consegnava alla lingua e alle corde vocali per essere vocalizzate.
I ru viddrani” si conoscevano così bene che ogni parola era superflua.
La loro vita quotidiana si svolgeva con tempi cadenzati, quasi le ore fossero regolate da un orologio svizzero di ottima manifattura, che un buontempone di orologiaio s’era impegnato a realizzare per loro. Ogni ingranaggio di quel meccanismo multiforme, che regolava il loro tempo biologico, scorreva sereno e senza alcun intoppo.
Oramai gli anni bui, quelli fatti di stenti e di sofferenze, erano passati e i due anziani si auspicavano che non ne dovessero vivere più.

Lo avevano avuto un figlio da crescere i due consorti, pur tuttavia, ma non era stato il loro bambino, solo il figlio della sorella di lui: il più grande dei suoi tre nipoti.
Questo fanciullo, oggi cinquantenne, cui suo padre aveva imposto il nome di battesimo Carmelo, i due anziani coniugi lo avevano cresciuto e gli avevano voluto bene davvero tanto, così dedicandogli gran parte dei loro primi anni di matrimonio e dei loro averi.
Lo avevano allevato come e meglio di un figlio, facendolo studiare e viziandolo senza alcun riserbo. Carmelo, per tutta risposta, dopo la laurea, si era dimenticato dei suoi due benefattori, prediligendo vantarsi con gli amici e con i colleghi di lavoro che erano stati i suoi genitori, e non gli zii, a dargli gli strumenti necessari per imporsi nella società del suo tempo, divenendo, a soli trentadue anni, un affermato avvocato, e riuscendo, con i soldi che gli zii “ru paisi ru suli”gli facevano recapitare con vaglia mensile, ad avviare uno studio legale in un piccolo centro limitrofo a quello in cui la zia Pina e lo zio Peppino vivevano.
«Talè a mugghieri, pigghiami a sarsa ca c’è ddà! Supra u stipettu..» disse lo zio Peppino alla sua amata consorte, di lui più giovane di due anni.
«Ma cà a fari?» disse la zia Pina, sorpresa per quella domanda formulatale da suo marito.
«Vogghiù ‘nca sta jurnata m’ha cuociri a pasta cui maccheroni, salsa fresca e basilicò.»
«Comu scassi i cabbasisi tu, nuddu o munnu!» concluse Pina.
La salsa era davvero fresca.
L’avevano fatta loro due, con le loro mani, così com’erano soliti fare in paese nei mesi estivi tutti i loro compaesani, allorquando in pentoloni d’acqua calda si lasciano bollire chili di pomodori rossi, da poco raccolti, maturi e profumati, i quali poi saranno passati, versati in bottiglie lavate con cura che saranno a suo tempo tappate, e infine messe in una bacinella di plastica, a testa in giù, su cui una mano sicura farà calare un canovaccio.
Il calore prodotto dal canovaccio poggiato sulla bacinella di plastica, nonché il tempo di posa delle bottiglie in vetro al suo interno, avrebbe consentito alla salsa liquida contenuta all’interno delle bottiglie di pastorizzarsi, divenendo dopo qualche mese di conservazione, all’ombra della dispensa ricavata ad hoc per l’occasione, un prodotto gastronomico per palati sopraffini.
L’orologio a pendolo affisso alla parete laterale destra della cucina suonò mezzogiorno.
Svegli dalle cinque del mattino, come ogni giorno d’altronde, i due anziani si erano lasciati cullare dalla brezza mattutina, che entrava dall’anta di destra della finestra della stanza da letto sovente semichiusa, sino alle ore sei. “Ammuttami tu ‘nca t’ammuttu iu..” alla fine si erano alzati, pronti ad affrontare le insidie del nuovo giorno.
Lui si era lavato, rasato e profumato; era poi uscito dalla sua abitazione; aveva raggiunto gli amici alla “casa del lavoratore”, restando a scambiare due chiacchiere con alcuni di loro, che come lui avevano superato la settantina d’anni, sino alle dieci e mezzo.
Peppino, poi, prima di rientrare a casa, aveva comprato il pane dal fornaio di fiducia, tale Don Giovanni u luongo, il cui panificio si trovava all’angolo fra il Corso Italia e la via Manzoni, e due fettine di carne dall’unico macellaio di cui si fidava, tale Don Gino u curtu, che aveva bottega da circa venti anni in Corso Italia. Peppino aveva pensato di cucinare la carne, che aveva da poco acquistato, in padella, così com’era solito fare, ma solo dopo averla impanata e bagnata nell’albume e nel tuorlo di un uovo fresco che una delle due galline ovaiole che possedeva, che erano rinchiuse all’interno di un nido collettivo posto sul retro di casa sua, aveva fatto nelle prime ore del giorno.
Pina, quel giorno, dopo la pulizia personale mattutina, si era dedicata ad annaffiare le piante, arse dall’aria resa infuocata dal sole rovente, ed era rimasta in casa a sbrigare le faccende domestiche in attesa che rientrasse il suo amato Peppino.
Peppino era da poco rientrato a casa, quando qualcuno bussò alla porta d’ingresso della loro umile dimora.
«Pè! Pè! Va rapi a puorta e viri cu è!» disse Peppino alla moglie.
«Ma che è stamatina? Peppì cu può essiri? Viri ‘nca è u postino. Sicuramenti nnì puirtò o a bulletta ra luci o chidda ri l’acqua.»
Peppino, da galantuomo qual era, si decise ad andare ad aprire lui la porta, lasciando che sua moglie continuasse a disbrigare le faccende domestiche; aprì l’anta di destra della porta d’ingresso e, sull’uscio della porta di casa, scorse nella penombra la sagoma di cumpari Mimì, suo coetaneo.
«Ma quali postino e postino, è Mimì! Trasiti, trasiti Don Mimì… chi ci faciti ca?»
«Pozzu trasiri? Non è ‘nca risturbu? Stati manciannu?» Disse Don Mimì “’mparpagliatu”, e quasi spaventato di quello che gli potesse succedere, giacché consapevole che la sua presenza lì, e soprattutto quello che avrebbe detto loro da lì a pochi minuti, erano forieri di sventura che si stava per abbattere come una palla di cannone su quell’umile casa.

Francesco Toscano


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