"I ru viddrani" di Francesco Toscano. Capitolo Due.

Monreale (Pa), lì 16 maggio 2014.


 I ru viddrani

di Francesco Toscano


Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.



Due.


Che Domenico Sinatra, per gli amici Mimì, fosse uno da tenere alla larga, Peppino e Pina lo sapevano fin troppo bene.
Non foss’altro che lo sciagurato, da quasi vent’anni, e dopo la morte della moglie d’infarto, era additato dagli altri “viddrani”, come un ambasciatore di sventura.
Era stato un bell’uomo, Mimì, e le donne avevano fatto a botte fra loro per maritarselo.
Tanta grazia, Sant’Antonio, gli aveva ben presto fulminato le ultime sinapsi rimastegli nel cervello; la morte della moglie, poi, era stata per lui un colpo di grazia.
Da allora a oggi il mondo per lui era solo un simposio di disgrazie, cui bisognava calare la testa così come il bove fa sotto il suo giogo.
Gli occhi azzurro cielo, le ottime proporzioni facciali fra il naso, la bocca, gli zigomi, gli occhi, e l’altezza corporea superiore alla media, gli avevano permesso di vincere, nei primi anni Cinquanta del Novecento, un concorso di bellezza che, ricordava Mimì, si era svolto “m’Paliermu”, la città in cui conobbe la sua defunta moglie.
Quando Peppino aprì la porta a Mimì per consentirgli di entrare in casa, dicendogli di accomodarsi, facendogli segno con ampi gesti, così lasciandogli malauguratamente varcare l’uscio della porta d’ingresso della sua abitazione, anziché inventarsi una scusa e cacciarlo via al più presto da quel focolare domestico, com’erano soliti fare gli altri suoi compaesani, gli si erano “aggruvigghiati i vuredda ‘ntò stuomaco.”
«Chi mali ficimu io e me mugghieri?»

Pensò il povero Peppino, incredulo che tanta sventura potesse succedere proprio a loro due, umili servi di Dio, che non si curavano di nessuno, non spettegolavano nessuno, non s’invischiavano in fatti che non li riguardassero.
Facendo questa considerazione, Peppino voltò lo sguardo verso sua moglie; colse allora nello sguardo di lei un sentimento di sgomento, terrore, panico.
Le loro menti, in un’inspiegabile sintonia telepatica, avevano pensato: «E siddu fussi vieru chiddu ca rici a genti?»
«Si stu Mimì ca s’apprisintò ravanzi a nuostra faccia fussi viramenti n’gradu r’attirarisi tutti i negatività ru munnu ca u circunna?»
Loro due erano superiori a queste superstizioni. Lasciarono, pertanto, che Mimì proferisse parola e raccontasse loro quello che era accaduto e che ciascun atomo del suo corpo lasciava trapelare a miglia di distanza. Tanto, a quel punto, pensarono Pina e Peppino, il dado era tratto. Nessuno poteva allontanare dalla loro umile dimora il male che si era impossessato di Mimì.
«Parrati Mimì, chì succiessi?» Disse Peppino.
Qualche secondo di silenzio rese l’aria nella stanza quasi irrespirabile. A un tratto, quasi inaspettatamente, un velo era caduto sugli occhi di Peppino e di Pina. Che cosa, di così grave, era successo in paese che Mimì non riusciva a parlare, a raccontare loro?
«Chi fu Mimì? Parrati!» Disse Pina.
Mimì esordì dicendo: «Bah..bah..un vulissi…ma…»
«Ma chi cosa? Chi c’è, pi l’armuzza ri tutti i santi ru paradisu? Parrati!» Disse Pina.
Mimì raccontò loro che la sua badante, Ingrid, di nazionalità rumena, arrivata in Italia cinque anni addietro, e che da due si prendeva cura di lui e della sua casa, se ne era andata, lasciandolo “come un trunzu ri vruocculu..”, fuggendo con un suo connazionale e portandosi al seguito tutto l’oro e l’argento che Mimì era riuscito a stipare dentro il mobilio di casa sua.
Per Mimì era impossibile denunciarla, atteso che in questo caso si sarebbe buscato una bella denuncia da parte dei Carabinieri del luogo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, essendo che la Romania non era ancora uno stato membro dell’Unione Europea.
Peppino e Pina, educatamente, solo dopo aver tirato un sospiro di sollievo, e ringraziato tutti i Santi del Paradiso per la grazia ricevuta che la sventura non si fosse abbattuta sulla loro casa, ma sulla casa di altri, in questo caso del malcapitato Mimì, dopo aver rincuorato il Sinatra di non preoccuparsi e che tutto si sarebbe risolto per il verso giusto, lo salutarono dicendogli:
«Nun vi scantati Mimì! N’amicu, nu mienzu parienti, bravu assai, arriniscirà a farivi riaviri n’arrieri tuttu l’uoru e l’argentu.»
«Rurmiti tranquillu, Mimì, ca rumani matina i cosi s’aggiustanu!» 
La soluzione al problema, proposta da Pina e Peppino a Don Mimì, aveva lasciato quest’ultimo quasi basito.

Egli, infatti, a loro dire, si sarebbe potuto rivolgere ad un esponente di spicco della mafia locale; in particolare, avrebbe potuto chiedere udienza a Don Ciccio “ù pastranu”, capo famiglia della locale consorteria mafiosa, che avrebbe, sempre a loro dire, preso a cuore la sua vicenda facendogli riavere il maltolto.

Francesco Toscano



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