"I ru viddrani" di Francesco Toscano - Capitolo Terzo.

18 maggio 2014


Un feudo siciliano.

 I ru viddrani

di Francesco Toscano


Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.


Tre.


Francesco Vassallo, di anni sessantacinque, corporatura robusta, poco più alto del muro di cinta che delimitava il suo feudo in località “Punta Aguglia”, che era solo un metro e sessanta, era divenuto capo famiglia a soli quarant’anni e solo dopo aver collezionato una sfilza di precedenti penali per delitti contro il patrimonio e la persona che avevano tanto fatto preoccupare il maresciallo Comandante della Stazione Carabinieri del luogo.
Il maresciallo, pertanto, fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del Novecento, come “estrema ratio”, al solo fine di frenare la capacità delinquenziale del Vassallo, era stato costretto a segnalarlo alla Questura di Agrigento affinché adottasse tutte quelle misure di competenza che potessero sortire l’effetto sperato e in specie limitarne la libertà d’azione.
Nel 1993, Francesco Vassallo, dopo che qualche anno prima era stato avvisato oralmente dal Questore della Provincia di Agrigento a non commettere più delitti, venne sottoposto alla Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza di anni tre, con obbligo di dimora nel comune di residenza.
Il Vassallo era anche conosciuto nell’ambiente criminale come “ù pastranu” in quanto avvezzo ad indossare “nu cappuottu luongu ca' arriva 'nde pieri come chiddu ca usavunu l'antichi quannu si truavunu supra u scieccu o sopra lu mulu.
Don Ciccio, pertanto, sulla scorta della misura di prevenzione erogata a suo carico, se ne stava rintanato tutto il giorno, anche al fine di poter agire liberamente e continuare a dettare legge, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, all’interno del suo feudo, uno sterminato appezzamento di terreno, di quasi trenta tummini, ossia duecentoquindici tumuli circa, che per intenderci sono circa duecentotrentaquattromila e settecento metri quadrati, all’interno del quale, alla fine dell’Ottocento, il suo bisnonno aveva fatto edificare una villa sfarzosa con tutti i confort di quel tempo.
Lungo il muro di cinta che delimitava il feudo di “Punta Aguglia”, alcuni “campieri”, che portavano al seguito la lupara, fungevano da sentinelle.
Sembrava che fosse una fortezza inespugnabile la residenza di Don Ciccio “ù pastranu”; tale fu l’impressione che ebbe Mimì allorquando si accinse ad entrare all’interno della suddetta proprietà. Mimì venne allora bloccato da due campieri che gli chiesero chi fosse, che cosa cercasse lì, e se portasse al seguito armi o oggetti atti ad offendere, perquisendolo sommariamente, tanto che, ad un tratto, a Mimì gli si era chiusa la bocca dello stomaco per lo spavento.
«Sabbenerica!» Disse Mimì ai presenti.
«Sabbenerica a vossia!» Risposero i due campieri.
«A cu circati?
«A Don Ciccio. C’avissi a parrari, si mi po’ arriciviri…. E’ possibili?» Concluse Mimì.
«Nca ciertu! Nu minutu cuntatu, u tièmpu ca jamu e turnamu. Assittativi ca, ntâ stu pitruni. Ora turnamu.»
Così dicendo i due uomini armati si allontanarono addentrandosi in una fitta boscaglia, lasciando il Mimì da solo intento a ragionare su quello che avrebbe dovuto dire a Don Ciccio, di come si sarebbe dovuto comportare, ed in particolare se gli avesse dovuto fare l’inchino, il baciamani..
La sua mente era confusa. Sudava freddo. Gli faceva male lo stomaco. Le gambe avevano cominciato a tremargli.

Trascorsero più di due ore da quando Mimì era giunto all’interno del feudo, ma nessuno gli aveva fatto sapere qualcosa. Dei due campieri, e soprattutto di Don Ciccio, nessuna traccia.

Aspettò, aspettò a lungo. Infine, quando erano da poco trascorse quattro ore dal momento in cui si era seduto su quel masso, che gli aveva ridotto il sedere in un colabrodo, vide in lontananza due uomini che si avvicinavano al luogo in cui egli si trovava, in sella a due giumente.

Francesco Toscano

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