"Malacarne", il nuovo romanzo di Francesco Toscano. Capitolo 1.

Francesco Toscano

MALACARNE



Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in maniera fittizia. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, sono del tutto casuali.



A mia figlia, la luce dei miei occhi.


Diritti esclusivi di sfruttamento economico nel diritto d’autore e diritti connessi. Tutti i diritti letterari della presente opera sono di esclusiva proprietà dell’autore, Francesco Toscano, così come previsto dalla legge 22 maggio 2004, n. 128 sulla diffusione telematica abusiva delle opere dell'ingegno, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43 contenente disposizioni per l'università e la ricerca, dal DLGV 13 febbraio 2006, n. 118, dal DLGV 16 marzo 2006, n. 140 e dal DDL S861 approvato dal Parlamento il 21 dicembre 2007 che consente la libera pubblicazione attraverso la rete d’immagini o musiche a bassa risoluzione o degradate. Il diritto di pubblicazione (art. 12) è il primo tra tutti i diritti esclusivi di sfruttamento economico e spetta all’autore o agli autori. E’ anche un diritto morale. L'autore ha il diritto esclusivo di pubblicare l'opera. E' considerata come prima pubblicazione la prima forma di esercizio del diritto di utilizzazione. L’autore ha altresì il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l'opera in ogni forma e modo, originale o derivato, nei limiti fissati dalla legge, e in particolare con l'esercizio dei diritti esclusivi indicati in seguito. L'autore ha altresì il diritto esclusivo di pubblicare le sue opere in raccolta (art. 18). L’autore è l’unico che ha il diritto esclusivo di introdurre nell'opera qualsiasi modificazione (art. 18). Per diritti di sfruttamento economico (artt.12 e 19) s’intendono una serie di diritti di seguito elencati. Tutti questi diritti esclusivi previsti dalla legge (art. 19) sono fra loro indipendenti. L'esercizio di uno di essi non esclude l'esercizio esclusivo di ciascuno degli altri diritti. Essi hanno per oggetto l'opera nel suo insieme e in ciascuno delle sue parti. I diritti di utilizzazione economica dell'opera durano tutta la vita dell'autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte (art. 25). Nel caso di morte spettano agli eredi.
Il trasferimento o la cessione di tali diritti, si attua attraverso un contratto di cessione e ha una durata limitata nel tempo (il massimo previsto per legge è comunque fissato in venti anni, vedi art. 122 contratto di edizione). Diritti concernenti edizioni critiche e scientifiche di opere di pubblico dominio (art. 85-quater). Senza pregiudizio dei diritti morali dell'autore, a colui il quale pubblica, in qualunque modo o con qualsiasi mezzo, edizioni critiche e scientifiche di opere di pubblico dominio spettano i diritti esclusivi di utilizzazione economica dell'opera, qual è dall'attività di controllo critica e scientifica (comma 1). Fermi restando i rapporti contrattuali con il titolare dei diritti di utilizzazione economica di cui al comma 1, spetta al curatore dell’edizione critica e scientifica il diritto all’indicazione del nome (comma 2). La durata dei diritti esclusivi di cui al comma 1 è di venti anni a partire dalla prima lecita pubblicazione, in qualunque modo o con qualsiasi mezzo effettuato (comma 3). Il diritto esclusivo di trascrivere (art. 14) ha per oggetto l'uso dei mezzi atti a trasformare l'opera orale in opera scritta o riprodotta con uno dei mezzi indicati nell'articolo precedente. Il diritto esclusivo di riprodurre (art. 13) ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell'opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l'incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia e ogni altro procedimento di riproduzione. Il diritto esclusivo di eseguire, rappresentare o recitare in pubblico (art. 15) ha per oggetto, l’esecuzione, la rappresentazione o la recitazione, comunque eseguite, sia gratuitamente sia a pagamento, dell'opera musicale, dell'opera drammatica, dell'opera cinematografica, di qualsiasi altra opera di pubblico spettacolo e dell'opera orale. Il diritto esclusivo di distribuzione (art. 17) ha per oggetto la messa in commercio o in circolazione, o comunque a disposizione, del pubblico, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi titolo, dell'originale dell'opera o dei suoi esemplari e comprende, altresì, il diritto esclusivo di introdurre nel territorio degli Stati della Comunità Europea, a fini di distribuzione, le riproduzioni fatte negli Stati extracomunitari. Il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico su filo o senza filo dell'opera (art. 16) ha per oggetto l'impiego di uno dei mezzi di diffusione a distanza, quali il telegrafo, il telefono, la radiodiffusione, la televisione e altri mezzi analoghi, e comprende la comunicazione al pubblico via satellite e la ritrasmissione via cavo, e quella codificata con condizioni di accesso particolari; comprende altresì la messa disposizione del pubblico dell'opera in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente. Il diritto esclusivo di tradurre (art. 18) ha per oggetto la traduzione dell'opera in altra lingua o dialetto. Il diritto esclusivo di elaborare (art. 18) comprende tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell'opera previste nell'art. 4. Il diritto esclusivo di noleggiare (art. 18-bis, comma 1) ha per oggetto la cessione in uso degli originali, di copie o di supporti di opere, tutelate dal diritto d'autore, fatta per un periodo limitato di tempo e ai fini del conseguimento di un beneficio economico o commerciale diretto o indiretto. L'autore ha il potere esclusivo di autorizzare il noleggio da parte di terzi. Il diritto esclusivo di dare in prestito (art. 18-bis, comma 2) ha per oggetto la cessione in uso degli originali, di copie o di supporti di opere, tutelate dal diritto d'autore, fatta da istituzioni aperte al pubblico, per un periodo limitato, a fini diversi dal noleggio. L’autore ha il potere esclusivo di autorizzare il prestito da parte di terzi. Alla Legge 633/1941 si affianca anche il Codice Civile, libro V titolo nono, capo I°, articoli da 2575 a 2583.


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Uno.


Gli ultimi arredi urbani erano arrivati da poco tempo in via Maqueda, antico asse viario di Palermo, quando Francesco Salvatore Magrì si accingeva a festeggiare il suo diciottesimo compleanno.
Figlio di Carlo e Maria Pia Perracchio, piccoli pregiudicati della Vucciria, da tempo allontanatisi dalla malavita del quartiere in cui risiedevano, la Kalsa, Salvatore era cresciuto nutrendosi di malaffare e di violenza devoluta, il più delle volte, a titolo gratuito.
Alto poco più di un metro e settanta, dall’ossatura poderosa, carnagione chiara, occhi verdi, capelli neri e irsuti, Salvatore era ormai divenuto un adulto: un uomo egli si definiva al cospetto dei suoi genitori; un giovane emancipato e ormai maggiorenne, forte e sicuro di sé.
Egli rassicurava suo padre e sua madre, il più delle volte, dicendo loro che non avrebbero dovuto temere per lui in quanto, ribadiva, non sarebbe più incappato nelle maglie della Giustizia; sosteneva che era divenuto scaltro e che si sarebbe potuto difendere facilmente da quanti in passato gli avevano teso delle trappole, che gli avevano infine fatto trascorrere due anni della sua vita all’interno dell’Istituto Penale per minorenni “Malaspina” di Palermo, ove era stato recluso per rapina a mano armata e sequestro di persona.
Salvatore amava la via Maqueda, quell’antica arteria stradale della sua città natia; passeggiando lungo quella via diceva tra sé e sé, nel suo dialetto, così traducibile nella lingua italiana corrente: “si respirano gli antichi fasti degli uomini e delle donne appartenenti ai casati blasonati e di alto lignaggio della Palermo che fu, oggi estintisi.”.
Erano da poco scoccate le ore 16.00 di quel venerdì 29 luglio 2016, quando Salvatore, giunto in prossimità di via Discesa dei Giovenchi, traversa di via Maqueda, ebbe un leggero mancamento. L’aria era afosa, giacché Palermo era sprofondata nel caldo del mese di luglio, che era, a detta di alcuni meteorologi, tra i più caldi degli ultimi vent’anni.
L’inquinamento dovuto al traffico congestionato presente nel tessuto urbano del capoluogo siciliano, poi, aveva reso ancora più irrespirabile l’aria del centro storico cittadino; così le difficili condizioni climatiche e ambientali contribuirono in maniera determinante a quel lieve malore che avvolse le membra grevi del giovane.
Tuttavia non era stato il caldo a farlo barcollare, né tantomeno le polveri sottili presenti nell’aria, ma la nitida visione di una carrozza spinta da due cavalli, uno di colore bianco e uno di colore nero, condotta da un cocchiere in livrea, all’interno della quale vi erano due nobili uomini.
La carrozza, finemente intarsiata e di stile barocco, sfrecciava lungo quell’antica arteria stradale cittadina priva di quegli arredi urbani da poco collocati dal Municipio, lungo il quale non vi era rimasta anima viva, come se il tempo e gli uomini si fossero ad un tratto fermati, così da consentire alla retina degli occhi verdi del giovane Magrì di trattenere un’istantanea della Palermo di fine Settecento, inizio Ottocento.
Che cosa significava quella visione?
Salvatore si chinò, come a voler prendere qualcosa da terra, portando la mano destra al petto, all’altezza del costato sinistro. Le tempie gli martellavano. Non si reggeva più sulle gambe, che si stavano pian piano sgretolando come quei castelli di sabbia che i bambini costruiscono in riva al mare in estate.
Svenne.
Si ridestò dopo pochi minuti, circondato da un gruppo di nordafricani, residenti a Ballarò, i quali cercavano di fargli coraggio e invitandolo a sorseggiare un bicchiere d’acqua e zucchero che uno di loro gli porgeva per farlo riprendere.
Francesco Salvatore Magrì si alzò; ringraziò gli uomini e le donne che lo avevano soccorso in un dialetto a loro facilmente comprensibile, riprendendo subito dopo la marcia in direzione della Stazione Ferroviaria.
Giunto in prossimità dei Quattro Canti di città, mentre osservava sulla sua sinistra la splendida fontana di Piazza Pretoria, Salvatore udì una voce che gli diceva di non proseguire da lì, ma di svoltare in direzione di Corso Vittorio Emanuele, verso Porta Felice.
Si guardò attorno, ma non vide nessuno. Eppure quella voce… chi aveva parlato? Si sarebbe dovuto cominciare a preoccupare della sua salute mentale?
Egli non capì a che cosa quella voce d’uomo, gutturale e intensa, volesse alludere. Pensò seriamente di essere impazzito. D’altronde aveva da sempre nutrito il dubbio che “la pazzia”, quella vera, fosse scritta nel suo patrimonio genetico, ma ubbidì a quella voce, di fantasma e/o essere vivente che fosse, spinto da una forte sensazione di malessere interiore.
Qualche ora dopo, quando ormai Salvatore era all’interno della sua stanza da letto, protetto dagli affetti più cari e dalle solide mura della casa paterna ubicata nell’antico quartiere della Kalsa, venne a conoscenza che gli sbirri, poco dopo la via Torino, quel pomeriggio avevano tratto in arresto Vito Gulì, Gianluca Ciprì, Renato Galioto, i suoi tre amici, un’allegra combriccola, che aveva spopolato nel quartiere per via di tante bravate, con i quali egli, qualche giorno prima, aveva rapinato un supermercato in piazza Nascè, a Borgo Vecchio.
La rapina, che non era stata preventivamente autorizzata da Cosa Nostra, aveva mandato su tutte le furie Don Francesco Baiamonte, alias “à facci tagghiata”, il capo della famiglia mafiosa del Borgo Vecchio. Questi riteneva che essendo quell’esercizio commerciale in regola con il pagamento del pizzo, era inconcepibile che al titolare, Nicola Capasanta, fosse stato arrecato un danno economico, e che a lui fosse stato arrecato un danno d’immagine al suo incondizionato potere criminale. Dopo la rapina, il Baiamonte, che si era più volte sfregato le mani quasi a togliersi la pelle, poiché era forte il suo desiderio di punire i colpevoli, aveva mandato alcuni suoi sodali, con in testa il suo capo decina, Fofò Caparessa, a casa del Magrì, chiedendo a Carlo, un vecchio truffatore del quartiere, nonché padre del giovane Francesco Salvatore, la testa del responsabile di quell’avventato delitto, possibilmente su un piatto d’argento.
L’anziano truffatore intavolò con quegli uomini una lunga ed estenuante trattativa, alla fine della quale fu costretto a versare a favore della cassa della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, la metà della somma di denaro provento della rapina perpetrata da Francesco Salvatore e dai suoi complici, all’incirca 1000 euro, e altre 500 euro a favore della compagine mafiosa della Kalsa, inserita nella famiglia mafiosa di Palermo Centro, mandamento di Porta Nuova, giacché era ritenuto colpevole di non aver impedito al suo figliolo di commettere quel reato in danno di un esercizio commerciale già “messo a posto”.
Salvatore si stava per addormentare, quando gli venne in mente il malore fisico che lo aveva colpito nel pomeriggio di quel giorno e soprattutto la visione di quella carrozza barocca di un’altra epoca che correva lungo la via Maqueda; egli non riusciva a comprendere quello che gli fosse veramente accaduto quel caldo pomeriggio di fine luglio, né tantomeno riusciva a capire il perché qualcuno, forse l’anima di qualche fuorilegge o qualche “mariuolo” suo conoscente, rimasto ignoto, lo avesse voluto avvertire.
Non riusciva proprio a persuadersi di come fosse riuscito a scampare all’arresto, a differenza di Vito e degli altri due suoi amici. Egli proprio grazie a quella benedetta voce udita in via Maqueda se l’era fatta franca. Si sforzava di capire il perché fosse successo, senza riuscirvi.
Salvatore si chiese, pertanto, se l’indomani non fosse stato il caso di andare da un avvocato penalista, uno di quegli azzeccagarbugli che suo padre, già da tempo, gli aveva fatto conoscere, al fine di comprendere se fosse stato emesso un ordine di custodia cautelare in carcere anche nei suoi confronti per la rapina commessa al Borgo Vecchio; se fosse stato necessario costituirsi alle Autorità.
Dopo qualche minuto di ragionamenti contorti, uno dei quali lo aveva portato a considerare anche lo stato di latitanza, chiuse gli occhi, così sprofondando in un sonno ristoratore dai benefici effetti collaterali.


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