"Malacarne", il nuovo romanzo di Francesco Toscano. Capitolo 4.

Quattro.



«Magrì, parràmunni chiaru, iu nun t’assicuru nienti! Parrànnu cu tia iu, ‘nta tavierna, ti rissi ri un preoccupariti pirchì l’amici mia s’avissiru siddiatu si iu t’avissi rittu tuttu ù cuntrariu…», precisò Tano, mentre era intento a percorrere il Corso Tukory, insieme al suo amico Francesco Salvatore, in direzione di Piazza Ballarò.
«Un ti scantari, Tano... Chiddu ccà po’ fari!», esclamò il Magrì, incupendosi.
Tano raccontò a Francesco Salvatore, giacché si fidava del suo giovane amico, che era arrivata a Ballarò una grossa partita di sostanza stupefacente, del tipo hashish, quasi cento chili di fumo, abilmente occultata dai suoi compari all’interno di un carro funebre, di proprietà di un “amico degli amici”.
Il suo compito, disse Tano a Salvatore, era quello di smerciare lo stupefacente per le strade di Ballarò e di rifornire i piccoli pusher suoi clienti che, a loro volta, avrebbero poi rifornito altre aree di spaccio del capoluogo siciliano e della provincia. Tano, poi, avendo avuto contezza che il giovane aveva compreso il suo ragionamento e che si era adombrato, disse per sdrammatizzare:
«Ora stamu jennu nnè me cumpari Alfonsino, un picciuttieddu ri bella, vieru! Fammici parrari a mia… T’assicuru ‘nca Alfonsino ti truova ù travagghiu giustu pì tia.», continuò Tano, avendo notato che Francesco Salvatore si era rattristato.
«Minchia ru cavuru!», esclamò Tano che si era accaldato per via del clima afoso di luglio e per il bicchiere di vino di troppo che aveva tracannato alla taverna ru zù Iachinu.
Magrì disse a Tano che a lui sarebbe andato bene qualunque impiego, anche fare il corriere, tenuto anche conto che a breve avrebbe conseguito la patente di guida per condurre gli autocarri, o il pusher, qualora Tano o il suo accolito Alfonsino ne avessero avuto di bisogno.
I due, intanto, erano quasi giunti a Porta Sant’Agata, un’antica porta civica che si affaccia proprio sul Corso Tukory[1]. Tano e Francesco Salvatore, varcata la porta, proseguirono diritto sino ad arrivare a via Ballarò, fiancheggiando la Chiesa del Carmine Maggiore all’Albergheria, arricchita dagli stucchi del Serpotta, la quale ospitò la magnifica tela “Salita al Calvario” dipinta da Antonello da Palermo, anche detto “Il panormita”.
E quella fu la sensazione che ebbe Francesco Salvatore. Salire sul monte Calvario, così come duemila anni addietro aveva fatto, secondo la tradizione giudaico-cristiana, Gesù. In che guai si stava ricacciando? Pensò dubbioso Francesco Salvatore. Qualora lo avessero nuovamente arrestato sua madre sarebbe morta di crepacuore e suo padre avrebbe perso gli ultimi capelli che gli restavano in testa, sulla quale la calvizie aveva avuto il predominio. Avevano da poco superato la Chiesa del Carmine Maggiore, quando Tano si diresse verso un basso chiuso da una saracinesca. Bussò un paio di volte, ma nessuno rispose. Poi, senza un apparente motivo, fischiò tre volte. La saracinesca, stridendo, si sollevò e Tano entrò all’interno del vecchio malasenu di Alfonsino che lo baciò con forza sulle guance, abbracciandolo vigorosamente.
«Mi facisti scantari, crastu ca un sì avutru!», esclamò Alfonsino Cirrasi, un vecchio trafficante di fumo e cocaina, amico d’infanzia di Tano. Tano, poco dopo, presentò il Magrì al Cirrasi che, con diffidenza, lo salutò guardandolo torvo. Gaetano Curzio, per tranquillizzare il suo amico, raccontò al Cirrasi la storia criminale di Magrì, rassicurandolo che del giovane c’era da fidarsi e che non avrebbe arrecato loro alcun problema. La saracinesca fu richiusa alle spalle di Tano e Francesco Salvatore da altri due uomini che, come Alfonsino, erano presenti in quel luogo. Tano disse a Francesco Salvatore di farsi coraggio e di non preoccuparsi, precisandogli che tutto si sarebbe sistemato per il verso giusto.





[1] Seconda la tradizione, nel 251 d.C. venne attraversata dalla giovane catanese che si era rifugiata a Palermo, nel quartiere Guilla, per sfuggire alle persecuzioni e dalla quale ella dovette passare per uscire dalla città e poter fare ritorno a Catania; che in quel punto, Agata, si sarebbe fermata per allacciarsi un calzare, lasciando l'impronta del piede su un sasso. E qui la folla cittadina fece costruire una chiesa detta Sant'Agata de petra o Sant'Agata la pedata. Dalla medesima porta, il 31 marzo 1282, uscì il popolo palermitano per andare a festeggiare i Vespri, e dalla stessa porta rientrò la moltitudine agitata, insorta contro gli Angioini con quella sommossa conosciuta col nome di Vespri Siciliani.

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